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Da almeno tre secoli, il santuario di S. Maria del Monte sopra Varese, “ra Madonè dar Mont”, custodisce il cosiddetto “mostro di Breno”. Chiamato in paese “bisè scorlère”, sono in realtà i resti di un rettile, secondo la tradizione portati lassù dagli abitanti del comune malcantonese che lo avevano catturato nei loro boschi. Una leggenda locale, declinata in numerose varianti, narra di un mostro terribile vagante nei boschi, ucciso da un giovane, fattosi coraggio con un voto alla Madonna.

"che in solo vederli mettono timore e spavento"
A duecento anni dal passaggio nel Malcantone degli austro-russi di Rohan e di Suvarov

Duecento anni fa, l‘esercito austro-russo di Suvorov attraversava il ponte sulla Tresa diretto verso il S.Gottado e Zurigo, dove contava di attaccare l‘armata di Massena. A Zurigo non ci arrivò mai, costretto dai francesi a ritirarsi disegnando un tortuoso percorso fra i più malagevoli passi di Svitto, Glarona e Grigioni. Giunto in Svizzera con 22000 soldati, la lasciava con 10000 uomini che, allo stremo delle forze, lo riaccompagneranno in Russia, dove il feldmaresciallo di due imperi- principe d‘Italia e poi generalissimo- conoscerà l‘umiliazione e la morte.

Le due piccole mostre che il Museo del Malcantone presenta a Ponte Tresa e al Museo plebano di Agno, prendendo come titolo una frase - gustosamente dialettale - del diario dell’allora parroco di Marchirolo don Tomaso Stella, non vogliono aggiungersi alle rievaocazioni (dal taglio curiosamente celebrativo per quel Suvorov che, piaccia o no, nella sua carriera si rese anche responsabile di sanguinose stragi e che, nel breve soggiorno in quello che oggi chiamiamo Ticino, guidò una dura occupazione militare) che si tengono in occasione dell‘anniversario. Vogliono semplicemente ricordare giorni che per i nostri antenati furono terribili, fatti di requisizioni, di soprusi, di violenze e di paura, in un anno che fu assai difficile per tutti i ticinesi, fossero essi per i francesi o per gli austro-russi.

A dire il vero, nella nostra memoria collettiva il “generale avanti” ha finito per assumersi colpe anche non sue: nessuno ricorda più, ad esempio, i quattromila soldati del principe di Rohan, che, come documenta la mostra di Ponte Tresa, nel maggio di quel terribile 1799, non si peritarono certo di risparmiare saccheggi e sofferenze.
Tutto quanto fu fatto dagli austro-russi di passaggio viene ricollegato e imputato “al Suaroff”. Cose veniali, sia detto chiaramente, se paragonate alle efferatezze compiute contro i cosacchi di Pugacëv, i turchi di Ismail o gli insorti polacchi di Kosciuszko da chi, nel catalogo delle mostre cui si è accennato, si proclama (con poche concessioni a una sobria visione delle cose) che vede il suo nome “senza dubbio scolpito nell’inaccessibile Olimpo degli dei, degli eroi e dei condottieri russi”.

In quanto museo regionale guardiamo al nostro orto e i due allestimenti realizzati vogliono limitarsi a offrire l’occasione per una riflessione e un approfondimento su una pagina della nostra storia.

Al Museo plebano di Agno, documenti, immagini e oggetti d’epoca vogliono permettere ai visitatori di farsi un’idea di quanto successe duecento anni fa e, soprattutto, di come videro i contemporanei il generale russo e il suo esercito. Non mancano oggetti che illustrano il perdurare del mito Suvorov.

A Ponte Tresa sono invece presentati i risultati della ricerca condotta dal parroco don Dario Palmisano sulle requisizioni effettuate dalle truppe del principe di Rohan, che arrivate nel corso del mese di maggio, continueranno con le spogliazioni attuate dai francesi, temporaneamente in fuga, preparando il terreno all’esercito di Suvorov. Dalla ricerca, in corso di pubblicazione con il titolo di “Ponte Tresa 1799”e che verrà presentata al pubblico nelle prossime settimane, emerge un vivo e affascinante spaccato di quella comunità, che l‘allestimento vuole aiutare a evocare.

In conclusione, a suggello e motivazione del nostro lavoro, ci piace ricordare quanto saggiamente dice l’avvocato Giulio Rossi (autore con Eligio Pometta della ben nota “Storia del Canton Ticino”) alla fine di una serie di pregevoli articoli pubblicati nel gennaio del 1908 sul Corriere del Ticino a proposito del passaggio di Suvorov: “Possano sì tragici eventi non più ripetersi nè fra noi nè a flagello di qualsiasi altro popolo e possa il loro ricordo risvegliare ed additare in tutti più vivi i benefici effetti della pace”.


Bernardino Croci Maspoli
Presidente dell’Associazione Museo del Malcantone
Curio, settembre 1999


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In questi ultimi decenni la raccolta di materiale fotografico e audiovisivo ha assunto una nuova e rinnovata importanza anche per il settore museografico, sempre più orientato a una trattazione interdisciplinare e multimediale dei soggetti espositivi. Si tratta nel loro complesso di collezioni che richiedono strumenti, competenze e sensibilità poliedriche, a cavallo tra le scienze umane e aspetti attinenti alla tecnica di produzione, conservazione, gestione e valorizzazione dei fondi.

Nel Canton Ticino sono presenti un gran numero di istituti culturali che custodiscono fondi fotografici significativi e che sono ancora poco valorizzati. Si tratta di biblioteche, archivi e musei depositari di collezioni che testimoniano il modificarsi della struttura urbana e sociale del territorio a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. L’ampiezza e la varietà di questi materiali sono oggi difficili da delimitare, poiché gran parte dei fondi non sono schedati o lo sono su strumenti confinati nei singoli istituti d’appartenenza.

Tra gli istituti che vantano un numero considerevole di materiali troviamo il Centro di dialettologia e di etnografia (CDE), che raccoglie un ricco e variegato patrimonio iconografico. L’archivio originariamente non rappresentava una finalità specifica ma era da intendersi come strumento utilizzato per documentare l’oggetto di studio della dialettologia, dell’etnografia o della toponomastica. Nel primo volume del Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana (VSI) pubblicato nel 1952, Karl Jaberg evidenzia l’importanza dell’iconografia, affermando che «Il contenuto concettuale di una parola si può definire; per le cose è invece necessaria l’immagine».

L’aspetto documentario non si concentra unicamente sulla rappresentazione della civiltà contadina del passato e delle sue manifestazioni materiali ma si occupa anche di tematiche temporalmente ed emotivamente più vicine al moderno e al contemporaneo. Una delle principali peculiarità dei fondi del Centro è proprio quella di costituire un archivio vivente, che cresce e si sviluppa articolandosi con l’evoluzione delle sensibilità presenti nel territorio del Cantone.

L’obiettivo di questo contributo è di presentare i tratti caratteristici della fototeca del CDE, evidenziandone l’eterogenea ricchezza, suscettibile d’interessare l’esperto come pure il profano. Nei primi capitoli sono evidenziati gli aspetti gestionali, successivamente quelli riguardanti la diffusione dei patrimoni iconografici e i progetti che promuovono nuovi canali di comunicazione culturale e scientifica.

Accademia svizzera di scienze umane e sociali (2015)
Hochstrasser Roland. La gestione e la diffusione del patrimonio iconografico del Centro di dialettologia e di etnografia di Bellinzona, Eredità culturale di un territorio in movimento. Swiss Academies Reports 10 (3).

È possibile scaricare il volume a partire da questo link:

www.assh.ch/publications

Autore: Roland Hochstrasser

Parole chiave: fotografia storica, archivi fotografici, patrimonio fotografico, ticino, fondi fotografici storici, valorizzazione, fotografo, fotografia, dagherrotipo, svizzera italiana, archivi, territorio, percezione, evoluzione

Ricorre quest'anno il 30.o di fondazione della nostra Associazione, mentre a Curio si stanno concludendo i lavori di restauro dello stabile. Siamo dunque lieti di convocare l'Assemblea presso la sede "storica" per mostrarvi quanto fatto, illustrarvi i progetti futuri e festeggiare con voi la ricorrenza: Sabato 21 novembre 2015 alle 16:00, Museo del Malcantone, Curio. Vi aspettiamo numerosi!

Nel corso del 2015 i siti gestiti dall'Associazione Museo del Malcantone haano suscitato il consueto interesse, confermandosi uno dei canali di comunicazione privilegiati dall'utenza. Complessivamente il sito della sede di Curio (www.museodelmalcantone) ha registrato 118'208 visite, mentre il sito del museo della pesca di Caslano ha totalizzato 240'636 visite.

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