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Nel 2016 i siti gestiti dall'Associazione Museo del Malcantone hanno suscitato il consueto interesse, confermandosi uno dei canali di comunicazione preferiti dall'utenza. Il sito della sede di Curio ha registrato un totale di 83'868 visite, mentre il sito del museo della pesca di Caslano ha totalizzato 93'178 visite.

“Lavorar di fornasaro col far matoni, quadrelli e coppi”
L'emigrazione dei fornaciai malcantonesi

“Nei giorni feriali non c’era neppure da discorrere di lasciare la fornace. Si lavorava dalle stelle alle stelle, sull’aia arroventata da un sole in fiamma, quando poi non c’era da correre a trasportare le tegole sotto i portici, per sfuggire al temporale che voleva farne altrettante ‘quaglie’. C’era ben da pensare di andar all’osteria, nei giorni di lavoro!” Francesco Alberti, Il Voltamarsina, Bellinzona 1932

La frase che dà il titolo alla mostra è tolta da un contratto, stipulato nel 1743 dal notaio Luca Borella di Lugano, in forza del quale Domenico Boffa e Giovanni Battista Tamborini di Agno sarebbero partiti per San Pietroburgo come “uomini periti nell’arte del fornasaro”. È una delle innumerevoli testimonianze che ci dicono come nella nostra regione quest’arte della terra e del fuoco abbia avuto radici profonde e un’incredibile diffusione.

È noto che a partire dal Cinquecento e fino ai primi decenni del Novecento, una parte importante degli emigranti di alcuni comuni malcantonesi esercitava il duro mestiere del fornaciaio. “Lavoravano ben 15 ore giornaliere a scavare, impastare argilla, a preparare in apposite forme mattoni coppi embrici e a disporli per la cottura nella fornace, un tempo alimentata a legna. Era un lavoro estenuante e mal compensato”.

Finita la stagione, i più rimpatriavano per la vendemmia: a piedi, naturalmente, spingendo una carriola. Per alcuni comuni del Malcantone quello dei fornaciai assumeva i caratteri di un fenomeno di massa. Un solo esempio. Secondo il registro militare di Aranno, nel 1858 su 81 uomini abili al servizio (quindi presumibilmente di un’età compresa fra i 20 e i 50 anni) ben 64 erano fornaciai, il 79%, quindi.

Anticamente, “anziché nelle fornaci, mettevano i mattoni in piloni, entro i quali accendevano il fuoco per cuocerli”. Dalla metà dell’Ottocento, l’introduzione dei forni “Hoffmann” a fuoco continuo, resero necessari importanti investimenti per l’impianto delle fornaci. In molti casi si è quindi passati dal semplice lavoro di braccia a forme di moderna imprenditorialità. Molti operai sono divenuti col tempo proprietari delle fornaci in cui operavano, molti, imparato il mestiere, ne hanno aperte di nuove là dove erano richiesti laterizi.

In tutta la valle del Po conosciamo, al momento attuale, l’esistenza di poco meno di duecento fornaci esercitate da malcantonesi in proprietà o in affitto (si consideri che la nostra regione ha superato abbondantemente i 10.000 abitanti solo a partire dal 1970), ma il calcolo appare ancora assai impreciso per difetto. Si aggiungano poi fornaci aperte al di là delle Alpi, in Svizzera romanda o in Savoia, o addirittura in Romania, nell’Algeria francese e a Rosario di Santa Fé, Argentina. E questo per quanto riguarda le fornaci in proprietà: dire con buona approssimazione quanti siano stati nei secoli i fornaciai malcantonesi e dove abbiano operato, appare impresa impossibile.

Se oggi queste fornaci sono quasi tutte chiuse, l’importanza del fenomeno giustifica ampiamente questa mostra, che più di un punto di arrivo vorrebbe segnare l’avvio di una ricerca ancora più approfondita, sia negli archivi che sul terreno, per documentare e salvaguardare la memoria di una vera e propria epopea, in riferimento alla quale, un importante studio sull’emigrazione svizzera in Italia può asserire che: “Quasi tutti i fornaciai della Lombardia, del Piemonte, del Veneto e dell’Emilia sono oriundi del Malcantone”.

 


Scarica i pannelli della mostra
Articolo La Regione
Articolo Azione
Articolo Corriere del Ticino

La nostra Associazione si congratula con il membro di comitato Barbara Robbiani Sacchi per il brillante risultato ottenuto con la tesi per il Master of Advanced Studies SUPSI in Library and Information Science. Il titolo è riconosciuto e protetto a livello federale e dà accesso alla professione di bibliotecario e di documentalista.

Il lavoro di Barbara, intitolato "La mostra come progetto di valorizzazione culturale della biblioteca: un esempio nella rassegna Aria di Fiaba delle Biblioteca cantonale di Lugano" tratta il tema dell’organizzazione e della promozione delle attività culturali come strumenti chiave per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio culturale disponibile sul territorio presso il proprio bacino di utenza.

Introduzione

La ricerca dell’architetto Silvana Ghigonetto sulle Maestranze artistiche malcantonesi, a Torino e nella regione del Piemonte, costituisce una vera e propria nuova porta apertasi sul fenomeno di questa nostra specifica emigrazione.

Da almeno un millennio, le valli e le terre rivierasche tra la sponda destra del Lario e la sponda sinistra del Verbano (comprendenti quindi, con il lago Ceresio, anche l’attuale Malcantone) hanno visto partire per tutta Europa (e, negli ultimi secoli, anche per oltre Oceano e oltre Mediterraneo) molte “compagnie” di Mastri d’Arte che, in ogni paese dove sono stati attivi, hanno lasciato segni concreti della loro perizia professionale e della loro multiforme espressione estetica: monumenti religiosi e civili che, ancora oggi, illustrano e testimoniano le costanti più valide della nostra cultura e civiltà “europea-occidentale”, (entità più che mai attuali).

I protagonisti più prestigiosi o famosi come… Adamo di Arogno, gli Antelami, i Campionesi, i Solari, i Maderno, i Fontana, … Francesco Borromini…, i Carloni, i Trezzini… Fossati, Gilardi, Ruggia, Adamini, … sono sempre stati accompagnati da gruppi di parenti e compaesani (fino a qualche decennio orsono) quasi del tutto anonimi: artisti tutti dalla mano e dall’occhio sicuro nel trasformare materiali (creta, legno, calce, ferro, rame, bronzo…) e nell’edificare (muri, volte, stabiliture, coperture… e anche scale e opere idrauliche… e anche altari e pulpiti… con ornamenti e riquadrature in stucco o pittura; senza dimenticare l’abilità nella costruzione e nell’uso di “macchinari” e nel calcolo, o empirismo, della stabilità e statiticità degli edifici.

Erano tutte maestranze chiamate e richiamate… da Consoli di Comune, da Principi Vescovi, da Papi, duchi, imperatori… per una loro conquistata fama: un’emigrazione, in gran parte, avvenuta per merito riconosciuto, quindi, più che per “fame”, come è stato il caso dei grandi flussi migratori, nell’Ottocento.

Ribadite queste (purtroppo non ovvie) considerazioni generali, già espresse in occasione della mostra sulle Maestranze malcantonesi in Russia, del 1995 (esposizione che documentava un’esemplare ricerca storica condotta da Giovanna Devincenti), il Museo del Malcantone presenta oggi un’altra ricerca sulla nostra emigrazione artistica che, se non può mettere in evidenza personalità di assoluto primo piano, come quella di Domenico Trezzini, ha tuttavia il merito, non meno significante, di illustrare figure e opere di malcantonesi quasi sconosciuti: mastri, architetti, stuccatori, pittori, …marmorari… lungo ben tre secoli, che sono stati attivi in terra piemontese; accanto ai numerosi mastri fornaciai, loro conterranei che, pure, meriterebbero di essere tolti dall’ombra della memoria, in uno studio che potrebbe comprendere… altre regioni d’Italia e d’Europa; chi, oggi, passa i settanta potrebbe testimoniare, di persona, sugli ultimi fornaciai di tante vecchie famiglie dei nostri paesi, se non addirittura di quasi tutte… (E basterebbe rileggere qualche pagina tra le più intense del Voltamarsina di Don Francesco Alberti, romanzo ingiustamente ritenuto marginale… nel panorama fin troppo affollato della letteratura ticinese).

Silvana Ghigonetto ha cominciato quest’opera di ricerca con pochi nomi sotto gli occhi: quelli citati da Virgilio Chiesa nel suo volume “Lineamenti storici del Malcantone” (1961); e altri documentati negli studi di Antonio Gili: “Le famiglie d’arte di Nazione luganese a Torino e in Piemonte dal Seicento all’Ottocento” (1992) e “ La Compagnia di Sant’Anna a Torino” (1988).

D’altra parte, da torinese, diplomata al Politecnico di Torino, l’Autrice si è confrontata subito con una nutrita bibliografia sui monumenti della sua regione: tutte opere documentate da storici ma, naturalmente, non finalizzate a definire la provenienza degli artisti né i loro comuni denominatori. E ha potuto anche, con intuitiva indagine, consultare documenti inediti, come quelli dell’archivio della famiglia Visconti di Curio e della famiglia Donzé-Fonti.

In un anno e mezzo di lavoro Silvana Ghigonetto ha stabilito preziosi contatti, ha collegato studi già compiuti, si è procurata copie di documenti, … ha esaminato, osservato, confrontato (nella loro complessità e nei loro particolari) monumenti e manufatti fino a oggi sconosciuti ai malcantonesi.

Il suo studio, articolato, cronologicamente, dal Seicento al Novecento, presenta tutte le personalità degli artisti malcantonesi operanti nella regione: dagli architetti… ai marmorari, dai mastri da muro… ai restauratori.

Nomi di famiglia, comuni nella nostra regione: Rusca, Quadri, Avanzini, Banchini, Vannetta, Guggia, Ruggia, Pedrotti, Zanetti, Boschetti, Pianca, Donati…Fonti, Torriani, Carbonetti, Alberti, Ferretti, in queste pagine, prendono corpo e carattere.

-Di molti si precisa: formazione, perizia, competenza; e soprattutto, nella descrizione delle loro opere, con acuta sensibilità professionale ed estetica, in una prosa senza esibizioni di terminologie tecniche, si precisano strutture portanti e tecniche di impianti decorativi, concludendo sempre la descrizione con un’agile e plastica resa linguistica delle particolarità formali e delle suggestioni espressive di ciascun artista.

Non ha tralasciato, l’Autrice, di contestualizzare il fenomeno nella realtà politico-economica del tempo quando, (specialmente nel Settecento) il Ducato Sabaudo affermava e rappresentava il suo potere anche nell’urbanistica, nella disposizione dei monumenti: sia nella Capitale sia nelle città minori, preparando la sua egemonia, come primo attore, nell’Ottocento, per l’unità d’Italia.

D’altro canto, realisticamente, ha sottolineato pure i contrasti tra artisti o tra gruppi tecnici in situazioni geologiche particolari; e non ha taciuto nemmeno le difficoltà di operare in ambienti macabri come quell’interno di chiesa dove le sepolture… ingombravano il sotto pavimento e l’aria.

Lo studio si legge, così, anche con curiosità minuta oltre che con il piacere della scoperta di nomi e di opere nel contesto di un’epoca.

Nomi e opere di artisti meno noti, ma tutti degni di far corona ai nomi e alle opere degli eccellenti nell’architettura di quei secoli in Piemonte: il padano Guarino Guarini, il siciliano Filippo Juvarra e, finalmente, il piemontese di Ghemme Giacomo Antonelli… della Mole Antonelliana.

Il campo esplorato si è rivelato più vasto del previsto e stimolante per nuove precisazioni, con l’aiuto, ci si augura, che altri documenti vengano alla luce proprio in terra malcantonese: a testimoniare, ulteriormente, l’operosità non comune della nostra gente.


Giancarlo Zappa
Conservatore del Museo del Malcantone
Castelrotto, 28 aprile 2003

Nella sede di Curio trovano posto esposizioni temporanee ed un'esposizione permanente, distribuita in due grandi sale e quattro più piccole. Nella prima delle due grandi sale, la sala della civiltà rustica, sono presentati, in sintesi rapida quanto efficace, attività e momenti di vita della popolazione malcantonese fin verso la metà del nostro secolo: caccia, pesca, agricoltura, artigianato, pastorizia, viticoltura, usanze e tradizioni varie.

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In occasione della Giornata internazionale dei musei 2015, si terrà una presentazione di attività artigianali e preparazioni gastronomiche del lago in una cornice conviviale, con la degustazione di svariate specialità
prodotte con pesci locali. La manifestazione avrà luogo al Museo della pesca di Caslano a partire dalle 10:00.

Gastronomia dei nostri laghi:

  • pesce affumicato, marinato, in carpione, in salsiccia, patè, fritto misto di lago, preparati dal Consorzio pescatori con reti del Ceresio e offerti in degustazione gratuita
  • missoltin e polenta

Tessitura delle reti - intreccio dei cesti - fabbricazione di esche e del mulinello per la pesca a mosca

Proiezione del documentario di Massimo Pirovano Il racconto del pescatore

Animazione musicale con gli Aghechighè

545'000 visite. Nel 2014 i siti del Museo del Malcantone e del Museo della pesca hanno registrato poco più di mezzo milione di visite. 

Ecco alcuni dati chiave:

  • Sito museo del Malcantone, totale visite 2014: 139'417
  • Sito museo del Malcantone, totale pagine consultate 2014: 1'041'169
  • Sito museo della Pesca, totale visite 2014: 405'909
  • Sito museo della Pesca, totale pagine consultate 2014: 4'235'306
  • Totale visite: 545'326
  • Totale pagine consultate: 5'276'475

Amici registrati sulle pagine FaceBook, in totale:

  • Museo del Malcantone: 221
  • Museo della Pesca: 162

Infine segnaliamo che il museo ha provveduto a catalogare, in totale:

  • 1358 oggetti della collezione di Curio
  • 1040 oggetti della collezione di Caslano
  • 572 immagini

Grazie a tutti!

Carlo Guggiari, di Magliaso (1900-1976), detto Carlo Picch per la sua figura alta e magra, ripeteva spesso: Quando eravamo in Acqui… Ero un bambino e due cose mi colpivano: la misteriosa Acqui (chissà dov’era?) e quello strano in. A tale premessa seguiva qualche ricordo di gioventù, quando lui, fabbro di professione, faceva il fornaciaio, probabilmente nella fornace dei Contini, anche loro del mio comune. È questo un tenace ricordo della mia infanzia, certo il primo che abbia a che fare col Piemonte.

Ripensandoci adesso non posso che rimpiangere il fatto di non aver raccolto i suoi ricordi, di non essermi fatto raccontare da uno degli ultimi testimoni la vita dei nostri fornaciai. Ma tant’è, inutile dolersene a questo punto.

Molto più importante ora è cercare di ricostruire pezzo per pezzo quello che fu il rapporto fra Malcantone e Piemonte, un intreccio ricco e complesso, che ha radici assai profonde.

Il primo contatto, persistente e immutabile, è visivo: la sponda piemontese del Verbano si offre al nostro sguardo in più punti, mentre la visione mattutina del Monte Rosa è uno spettacolo di rara bellezza.

Un tempo questa vicinanza era anche umana, culturale, geografica: generazioni di emigranti si sono incamminati verso una meta che, prima della monocultura nord-sud indotta da ferrovia e autostrada, appariva naturale e vicina. Luino è a un tiro di schioppo e da lì bastava attraversare il lago in barca o scendere lungo la sponda sinistra del lago, per poi attraversare il Ticino a Sesto Calende.

Piemonte, Piemunt o Piemont, per il malcantonese di allora significava pane e vino. Il pane era quello che andava a guadagnarsi nelle fornaci e nei cantieri. Il vino, con questa generica denominazione, lo trovava nelle osterie, importato in grandi quantità dai commercianti che avevano il contingente per poterlo fare. Pane e vino comunque: c’era quasi qualcosa di mistico!

-Con questa pubblicazione e con la mostra ad essa legata, offriamo un’occasione per riallacciare questi antichi legami, seguendo le tracce delle maestranze artistiche malcantonesi attive in Piemonte fra la seconda metà del Seicento e l’inizio del Novecento.

Silvana Ghigonetto, occupata per un anno e mezzo come ricercatrice presso il Museo del Malcantone, ha condotto uno studio fondato soprattutto su fonti bibliografiche (e cito doverosamente Artisti della Svizzera italiana in Torino e Piemonte di don Luigi Simona, del 1933, che ancora oggi costituisce il punto di partenza obbligatorio per degli studi in questo ambito), traendo dalla somma di informazioni una serie di affascinanti ritratti di architetti, ingegneri, stuccatori, pittori uniti dal comune denominatore della terra d’origine e, diciamolo pure con una punta d’orgoglio, da un saper fare sicuro, fatto di conoscenze tecniche e creatività.

L’autrice ha messo in evidenza alcuni personaggi, attivi nelle arti legate alla costruzione e alla decorazione, in parte sconosciuti da noi, ma generalmente noti nei luoghi del loro operare. Basandosi sulle sue doti precipue di studiosa di architettura, ha inserito l’opera delle nostre maestranze nelle varie correnti culturali che si sono succedute nei trecento anni presi in esame.

Si tratta di una rassegna che non ha come obiettivo di esaurire un discorso, ma piuttosto di aprirlo. Certo, molti nomi emergeranno ancora dai documenti. Gli archivi dei luoghi deputati all’organizzazione e alla formazione, la Compagnia di Sant’Anna dei luganesi, l’Accademia Albertina, le Scuole serali di San Carlo, nascondono sicuramente molti nomi nostri. Il fenomeno dei fornaciai è ancora in gran parte inesplorato ed è nei programmi del nostro Museo lanciare quanto prima un’approfondita ricerca sulla loro attività. Il lavoro non manca.

Per il momento gustiamoci questo studio e la mostra che ne deriva, riflettendo ancora una volta su quante capacità i nostri antenati seppero esprimere, nella lontana e misteriosa Russia come nel vicino e familiare Piemonte.

Bernardino Croci Maspoli
Presidente dell’Associazione Museo del Malcantone

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