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Alla fine degli anni ’90, il prof. Giorgio Macchi di Agno aveva destinato in via testamentaria una lunga serie di cospicue somme a molti enti e società benefiche della nostra regione. Alla sua morte, una vicenda sulla quale stendiamo un pietoso manto di silenzio, aveva impedito la realizzazione di queste sue volontà. Dopo parecchi anni, l’Associazione Museo del Malcantone è finalmente entrata in possesso della bella cifra di fr. 20'000.-

Per onorare la memoria del generoso donatore, a margine dell’Assemblea per la discussione del Consuntivo 2013, è stato chiesto allo scrittore Fernando Grignola di tracciarne un ritratto. Ecco il suo intenso e commosso intervento.

Giorgio Macchi nato nel 1905 è deceduto presso la Casa Riposo di Morbio Inferiore il 19 gennaio 1998. Attingo alla commemorazione che ho tenuto in quella triste circostanza anche a nome delle Autorità comunali di Agno.

Macchi appartiene a quella nobilissima schiera di docenti, che donando sé stessi all'insegnamento come apostolato tra i giovani, hanno fatto grande la Scuola pubblica ticinese, conferendole autorevolezza e prestigio. Soprattutto a quella Scuola Maggiore, che prima dell'introduzione della Scuola Media, apriva al mondo i giovani le cui famiglie paesane, per vari motivi - non ultime le ristrettezze economiche del tempo di guerra (come nel mio caso) - dai paesi non potevano mandare i propri figli nelle scuole cittadine, al Ginnasio, prendendo il tram. E questo è una virgola di storia vissuta.

Giorgio Macchi ha esplicato il suo magistero per quasi quarant'anni: una esistenza dedicata alla formazione, non soltanto intellettuale e pedagogica, ma anche civica e morale di tantissima gente nostra.

Vi si è dedicato come docente e direttore della Scuole Maggiori di Agno, avviando alla vita adulta e affidando alla Società molte generazioni di allievi: centinaia, migliaia di adolescenti di Agno, con quelli di Iseo, Cimo e Vernate su e giù a piedi dal sentiero di Cimo; e dal pian d'Agno, quelli di Muzzano e frazioni, Molini, Brüsàda, Piodella e Agnuzzo.

Agli inizi Giorgio Macchi fu pure maestro apprezzato in altre Scuole, tra cui a Bioggio: con tanti scolari che scendevano da Cademario, Gaggio e Bosco Luganese.

Paesi tutti dove la riconoscenza di autorità e popolazioni è sempre stata unanime, sentita e testimoniata.

Oltre che al mondo della Scuola, il professor Macchi per anni ha dato contributi notevoli alla via pubblica locale. Municipale, poi membro autorevole della Pro Loco, con notevole impegno nella realizzazione e valorizzazione della prima mostra su Jean Corty ad Agno nel 1967.

È pure stato meticoloso collaboratore con gli animatori del locale Gruppo Anziani.

Con il "nostro" professore, ricordavo nella commemorazione a Morbio, se ne è andato uno spaccato dell'Agno rurale dei tempi della mobilitazione: dei bollini del razionamento, della vecchia scuola comunale con la cancelleria e la saletta del municipio, le aule al pianterreno colme di paglia gialla, trasformate in accantonamenti militari.

Con Giorgio Macchi si disperde l'epopea delle letterine ai soldati, le accademie sul piazzale, ragazzi e ragazze con i zèncan, zoccole e zoccoloni, l'orto scolastico con in cielo gli stormi lucenti delle fortezze volanti sull'inferno su Milano, la raccolta nei coltivi dei maggiolini a sacchetti, i vachett che il Cantone distruggeva, noi ragazzotti in primavera a crapa peràda...

Giorgio Macchi: fu anche presidente animatore della Corale Helvezia con il verdiano Mo. Martinelli; e dalla fondazione nel 1923 fu nel comitato e segretario della Società Filarmonica di Agno per anni, membro attivo in tanti altri Enti e società malcantonesi.

La passione per la caccia, il mito dei suoi setter bianchi e dei beccaccini, i selvatici acquatici da disegnare noi sui banchi di scuola. Gli "espe" di chimica con provette e serpentine fumanti da riprodurre con meticolosità fotografica. La "civica" sulle pagine del Frassineto, le ramanzine austere, e gli elementi di contabilità in dare-avere/ con saldi e cambiali da imparare e usare praticamente. La coltivazione dell'orto scolastico, le metropoli dei continenti in guerra commentate su sbiadite diapositive in bianco-nero,... le prove ginniche in strada cronometro in mano - la Radioscuola ascoltata in allucinanti silenzi....

Mi commuove il ricordo della sua vecchia moto Raleigh appoggiata ai platani, spesso occasione in aula per introdurci al miracolo del motore a 4 tempi : aspirazione I compressione / accensione / e scoppio... Sui 16 anni a casa sua mi diede tante lezioni in svariate materie preparandomi agli esami d'ammissione alla Posta svizzera.

lo sono uno dei frutti del suo insegnamento di scienze esatte: mate, geometria, fisica, storia e geografia, fortemente unito a quello musicale, morale e letterario di narrativa, poesia e teatro della Scuola Serena di Maria Boschetti Alberti.

Una scuola pubblica benedetta - che tante generazioni di uomini e donne al di là dell'istruzione formale, ha cresciuto e avviate nella vita adulta anche come lievito amoroso di elevazione umana, radicata nelle menti e nei cuori.

Introduzione. Pensare globalmente, agire localmente

Come molti sanno, lo sviluppo sostenibile è una dinamica che cerca di promuovere uno sviluppo equilibrato tra economia, ambiente e società. Questo modello globale, promuove un’applicazione concreta a livello locale dei principi che lo caratterizzano. Come può questo paradigma influire sulle attività di un museo?

Negli ultimi anni sono state lanciate diverse iniziative che focalizzano l’attenzione sull’efficienza energetica della sede del museo. In realtà, come mostrato in altre esperienze, il processo è più generale e non è limitato agli aspetti tecnici o architettonici. Si tratta infatti di estendere il discorso anche alle attività proposte dal museo, sostenendo e promuovendo modelli innovativi che contribuiscano a costituire un nuovo museo sostenibile.

Come possiamo schematizzare le principali caratteristiche delle varie esperienze museali? Il museo tradizionale si presenta come l’attore canonico che gestisce delle collezioni secondo metodologie scientificamente accertate e normate. Rispetto a questo tipo di esperienza, l’ecomuseo presenta una maggior propensione a diffondersi nel territorio, mettendo in relazione le varie discipline e adottando metodologie interdisciplinari. Il museo sostenibile, rappresenta in un certo senso un’ulteriore evoluzione dell’ecomuseo. In questo caso è particolarmente importante l’apporto della società e in particolare la messa in rete e l’interazione con gli attori della filiera culturale, siano essi produttori o semplici fruitori dell’offerta.

 

Museo

Ecomuseo

Museo sostenibile

Contesto operativo

Edificio

Territorio

Ambiente, società, economia

Oggetto di studio

Collezione

Testimonianze

Territorio

Metodologia

Disciplinare

Interdisciplinare

Multidisciplinare

Concetto base

Concentrazione

Distribuzione

Interazione

Localizzazione

Punto

Superficie

Rete

Modello organizzativo

Comitato

Comunità

Governanza

Scala geografica

Locale

Regionale

Globale

Secondo quanto indicato in precedenza, desideriamo elaborare delle linee guida che ci permetteranno di orientare sempre più la nostra attività verso la sostenibilità, riflettendo su alcuni aspetti essenziali che vanno a toccare l’impegno sociale, la solidità economica e il rapporto con l’ambiente.

Impegno sociale: un museo partecipato

  • La sede di Caslano e di Curio non sono unicamente dei luoghi in cui si allestiscono delle mostre. Sono anche dei centri di scambio sociale, un ruolo importante se si considera la posizione delle sedi in aree periferiche.
  • La nostra associazione è da sempre impegnata sul fronte formativo, offrendo opportunità di praticantati e di volontariato alle categorie più sensibili della nostra società: studenti, disoccupati, anziani. Queste attività offrono le prime esperienze professionali per i giovani, nuove prospettive alle persone in difficoltà e la valorizzazione delle proprie esperienze agli anziani.
  • I nostri musei sono gestiti da un’associazione che per statuto è aperta a tutte e a tutti, senza nessun tipo di discriminazione. L’iscrizione permette di partecipare all’Assemblea generale, ovvero all’organo che determina e avvalla le scelte del comitato. Questa partecipazione sociale consente alle attività museali di essere percepite con maggior affezione, una dinamica non sempre facile da concretare in ambito culturale.
  • Spesso i fenomeni migratori sono trattati nella cronaca in modo sensazionalistico. In questo contesto il nostro museo s’impegna da anni a documentare, analizzare ed esporre le dinamiche migratorie vissute dalla nostra regione fino al secondo dopoguerra. Si tratta di un’attività importante che permette di trattare con maggior sensibilità il tema sempre attuale della mobilità delle popolazioni.
  • Il personale dell’associazione offre una consulenza gratuita relativa al recupero del patrimonio architettonico, artistico, documentario, fotografico o etnografico. Vuole così minimizzare il rischio che preziosi materiali vadano dispersi, perduti o smantellati: l’obiettivo è di dare alle future generazioni la possibilità di fruire di questi patrimoni dimenticati.
  • Creare maggiori occasioni di scambio e di crescita reciproca con realtà diverse, si a tematicamente che culturalmente. In particolare sviluppare collaborazioni con ONG e organizzazioni che portano avanti tematiche socialmente utili.
  • I musei, in particolare i musei etnografici, hanno sviluppato in passato una particolare predilezione per il patrimonio materiale. In linea con le nuove dinamiche che stanno investendo il settore, anche la nostra associazione vorrebbe garantire pari opportunità al patrimonio immateriale, sviluppando idee e progetti per la valorizzazione di canti, tradizioni, saperi che caratterizzano la nostra regione.

Solidità economica

  • Economicamente la nostra associazione ha comportato dalla sua creazione una ricaduta importante sulla regione. Basti pensare ai 2,6 milioni di franchi investiti nel museo della pesca di Caslano, quasi interamente destinati a società locali e regionali. Questo tipo d’investimento è ancora più importante se consideriamo la dinamica che si è manifestata nella politica regionale in questi ultimi anni, che tende a concentrare attività e servizi nei grandi centri urbani.
  • A livello strutturale, la nostra associazione ha il vantaggio di non dipendere da un’unica fonte d’introiti, ma di godere dell’appoggio di diverse istituzioni pubbliche e private, senza dimenticare il prezioso contributo fornito dai soci.
  • Il museo sostiene e promuove lo sfruttamento delle risorse locali e regionali.

Rapporto con l'ambiente

  • Il nostro museo è da sempre attento al territorio, alla sua trasformazione e all’utilizzo delle risorse agricole, forestali e naturali (in particolare lo sfruttamento minerario). Di particolare interesse il rapporto tra l’uomo e l’ambiente e la sua evoluzione nel tempo. Il museo della pesca di Caslano è particolarmente attivo sul fronte di ecosistemi che negli ultimi anni hanno destato diverse preoccupazioni: specie ittiche a rischio di estinzione, la qualità delle acque dei laghi insubrici, la problematica dei deflussi minimi ne sono alcuni validi esempi.

Per concludere

Le attività gestite e promosse dall’Associazione Museo del Malcantone sono socialmente, economicamente ed ecologicamente sostenibili? Come possiamo migliorare la nostra offerta in questo senso? La risposta è certamente soggettiva, ma possiamo certamente affermare che stiamo lavorando nella giusta direzione, coscienti che la valorizzazione dei patrimoni culturali è strettamente legata anche ad altri valori, scientifici, ambientali e umani.

Riprendendo le parole di Walter Santagata, “Stiamo lavorando a un modello locale di sviluppo sostenibile fondato su creatività e cultura. Credo che questo modello possa essere uno strumento per far nascere o rinascere contesti di creatività a livello locale e microeconomico. Dico «rinascere» perché bisogna segnare il passaggio dalla conservazione della cultura tradizionale a una fase di produzione di nuova cultura e, a livello di piccole città, questo è un territorio estremamente interessante” (Santagata, 2010, p. 90).

Bibliografia essenziale

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  • “Carta Di Lanzarote per Un Turismo Sostenibile.” The Global Development Research Center (GDRC), n.d. www.gdrc.org.
  • “Dichiarazione Di Lione per L’accesso all’Informazione Ed Allo Sviluppo.” The Lyon Declaration  On Access to Information and Development, n.d. www.lyondeclaration.org.
  • “Éducation21, Educazione Allo Sviluppo Sostenibile.” Accessed April 28, 2014. http://www.education21.ch/de/home.
  • “I-Museum Onlus.” Accessed May 12, 2014. http://www.i-museum.it/.
  • “Institut Des Hautes Études En Administration Publique (IDHEAP).” Accessed May 15, 2014. http://www.idheap.ch/idheap.nsf/vwBaseDocuments/IdActHomepage?OpenDocument&lng=it.
  • “Kulturwege Schweiz: Benvenuto Sugli Itinerari Culturali Della Svizzera!” Accessed August 6, 2014. http://www.kulturwege-schweiz.ch/?L=3.
  • “La Convenzione Delle Alpi, Popolazione E Cultura.” Accessed May 14, 2014. http://www.alpconv.org/it/convention/smallbites/populationandculture/default.html.
  • “Reading Corner, Network of European Museum Organisations (NEMO).” NEMO | Network of European Museum Organisations. Accessed July 21, 2014. http://ne-mo.org/our-topics/reading-corner.html.
  • “Sustainability Practice | Museums Association.” Accessed April 30, 2014. http://museumsassociation.org/campaigns/sustainability/sustainability-practice.
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  • “Unesco, Charter on the Preservation of Digital Heritage.” UNESCO. Accessed May 16, 2014. http://en.unesco.org/.
  • Barbé, Carlos. Etnocentrismi. Elementi di analisi internazionale comparata. Sviluppo, sottosviluppo, globalizzazione, identità. Libreria Stampatori, 2003.
  • Castiglioni, Benedetta, and Massimo De_Marchi. Paesaggio, sostenibilità, valutazione. Padova: Università di Padova, 2007.
  • Castiglioni, Benedetta. “Il Paesaggio Come Strumento Educativo.” Educación Y Futuro 27 (2012): 51–65.
  • Ciattoni, Annette, and Yvette Veyret. Les fondamentaux de la géographie., 2013. https://login.proxy.bib.uottawa.ca/login?url=http://www.numilog.com/bibliotheque/BU-Ottawa/fiche_livre.asp?idprod=366346.
  • Cicerchia, Annalisa, ed. Economia Della Cultura E Giovani. Dalle Buone Pratiche All’indice Di Creatività. Roma: Edizioni ComuniCare ANCI, n.d.
  • Falletti, Vittorio. I Musei. Universale Paperbacks Il Mulino 621. Bologna: il Mulino, 2012.
  • Feliciati, Pierluigi, Maria Teresa Natale, and Rossella Caffo. Manuale per l’interazione con gli utenti del Web culturale. Rome: Progetto Minerva EC, 2009.
  • Hochstrasser, Roland. “Agenda 21 Regione Malcantone, Riflessioni Ed Azioni per Uno Sviluppo Sostenibile Della Regione Malcantone.” Associazione Comuni Regione Malcantone, Ottobre 2003.
  • La Funzione Educativa Del Museo E Del Patrimonio Culturale. Commissione Educazione e mediazione, ICOM Italia, 2009. http://www.icom-italia.org/index.php?option=com_phocadownload&view=category&id=82:documenti&Itemid=103.
  • Musei E Paesaggi Culturali, La Carta Di Siena. ICOM Italia, 2014.
  • Niccolucci, Franco. “Biblioteche Digitali E Musei Virtuali.” DigItalia 2, no. 0 (2006): 38–51.
  • Strategia Federale per Il Futuro Digitale in Svizzera. Berna: Dipartimento dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC), 2012. http://www.ofcom.admin.ch/themen/infosociety/00695/index.html?lang=it.
  • Stremlow, Matthias, ed. Paysage 2020 Analyses et Tendances Bases Des Principes Directeurs “Nature et Paysage” de l’OFEFP. Cahier de L’environnement Nature et Paysage 352. Berne: OFEFP, 2003.
  • Vallega, Adalberto. La Regione, Sistema Territoriale Sostenibile: Compendio Di Geografia Regionale Sistematica. Strumenti per Una Nuova Cultura. Milano: Mursia, 1995.

Autore: Roland Hochstrasser, Museo del Malcantone, 2015

 

Il 10 ottobre 2015 si terrà lo spettacolo teatrale prodotto dalla Compagnia Grande Giro, alle ore 16.00, 17.00 e 18.00 presso il Museo della Pesca di Caslano.

Dal 1993 il Museo della Pesca, situato sulle rive del lago Ceresio  a Caslano, si impegna per conservare e valorizzare il patrimonio etnografico relativo alla pesca nella regione dei laghi insubrici.

Per questa data Memorie Future pescherà nella storie del lago Ceresio: le attività umane, le testimonianze di persone di ieri e di oggi e le vicende di un luogo suggestivo e ricco di fascino.

entrata ad offerta libera
spettacolo e aperitivo finale

Memorie future

Un progetto teatrale site-specific che attraversa il Ticino in singole tappe. Ogni evento è unico e viene creato esclusivamente per il luogo che lo ospita durante una fase creativa di una settimana. Gli spettacoli sono itineranti e s'inseriscono nel contesto paesaggistico e architettonico. Gli spettatori vengono accompagnati attraverso un fil-rouge che unisce interviste, ricerca sul campo, fatti di cronaca e leggende, restituite in maniera scenica attraverso la parola, il movimento, la danza, il canto e la musica.

Creazione e messa in scena:
Lea Lechler
Valentina Bianda
Daniele Bianco

Costumi: Simona Costa
Grafica: Vera Bianda
Collage: Gabriel Stöckli

Con il sostegno di:
Coop Cultura
Ernst Göhner Stiftung
Jürg-George Bürki Stiftung
Schweizerische-Interpretenstiftung

Comune Caslano
Pro Caslano
Banca Raiffaisen del Malcantone
Albergo Fonte dei Fiori

www.grandegiro.net

“Lavorar di fornasaro col far matoni, quadrelli e coppi”
L'emigrazione dei fornaciai malcantonesi

“Nei giorni feriali non c’era neppure da discorrere di lasciare la fornace. Si lavorava dalle stelle alle stelle, sull’aia arroventata da un sole in fiamma, quando poi non c’era da correre a trasportare le tegole sotto i portici, per sfuggire al temporale che voleva farne altrettante ‘quaglie’. C’era ben da pensare di andar all’osteria, nei giorni di lavoro!” Francesco Alberti, Il Voltamarsina, Bellinzona 1932

La frase che dà il titolo alla mostra è tolta da un contratto, stipulato nel 1743 dal notaio Luca Borella di Lugano, in forza del quale Domenico Boffa e Giovanni Battista Tamborini di Agno sarebbero partiti per San Pietroburgo come “uomini periti nell’arte del fornasaro”. È una delle innumerevoli testimonianze che ci dicono come nella nostra regione quest’arte della terra e del fuoco abbia avuto radici profonde e un’incredibile diffusione.

È noto che a partire dal Cinquecento e fino ai primi decenni del Novecento, una parte importante degli emigranti di alcuni comuni malcantonesi esercitava il duro mestiere del fornaciaio. “Lavoravano ben 15 ore giornaliere a scavare, impastare argilla, a preparare in apposite forme mattoni coppi embrici e a disporli per la cottura nella fornace, un tempo alimentata a legna. Era un lavoro estenuante e mal compensato”.

Finita la stagione, i più rimpatriavano per la vendemmia: a piedi, naturalmente, spingendo una carriola. Per alcuni comuni del Malcantone quello dei fornaciai assumeva i caratteri di un fenomeno di massa. Un solo esempio. Secondo il registro militare di Aranno, nel 1858 su 81 uomini abili al servizio (quindi presumibilmente di un’età compresa fra i 20 e i 50 anni) ben 64 erano fornaciai, il 79%, quindi.

Anticamente, “anziché nelle fornaci, mettevano i mattoni in piloni, entro i quali accendevano il fuoco per cuocerli”. Dalla metà dell’Ottocento, l’introduzione dei forni “Hoffmann” a fuoco continuo, resero necessari importanti investimenti per l’impianto delle fornaci. In molti casi si è quindi passati dal semplice lavoro di braccia a forme di moderna imprenditorialità. Molti operai sono divenuti col tempo proprietari delle fornaci in cui operavano, molti, imparato il mestiere, ne hanno aperte di nuove là dove erano richiesti laterizi.

In tutta la valle del Po conosciamo, al momento attuale, l’esistenza di poco meno di duecento fornaci esercitate da malcantonesi in proprietà o in affitto (si consideri che la nostra regione ha superato abbondantemente i 10.000 abitanti solo a partire dal 1970), ma il calcolo appare ancora assai impreciso per difetto. Si aggiungano poi fornaci aperte al di là delle Alpi, in Svizzera romanda o in Savoia, o addirittura in Romania, nell’Algeria francese e a Rosario di Santa Fé, Argentina. E questo per quanto riguarda le fornaci in proprietà: dire con buona approssimazione quanti siano stati nei secoli i fornaciai malcantonesi e dove abbiano operato, appare impresa impossibile.

Se oggi queste fornaci sono quasi tutte chiuse, l’importanza del fenomeno giustifica ampiamente questa mostra, che più di un punto di arrivo vorrebbe segnare l’avvio di una ricerca ancora più approfondita, sia negli archivi che sul terreno, per documentare e salvaguardare la memoria di una vera e propria epopea, in riferimento alla quale, un importante studio sull’emigrazione svizzera in Italia può asserire che: “Quasi tutti i fornaciai della Lombardia, del Piemonte, del Veneto e dell’Emilia sono oriundi del Malcantone”.

 


Scarica i pannelli della mostra
Articolo La Regione
Articolo Azione
Articolo Corriere del Ticino

La nostra Associazione si congratula con il membro di comitato Barbara Robbiani Sacchi per il brillante risultato ottenuto con la tesi per il Master of Advanced Studies SUPSI in Library and Information Science. Il titolo è riconosciuto e protetto a livello federale e dà accesso alla professione di bibliotecario e di documentalista.

Il lavoro di Barbara, intitolato "La mostra come progetto di valorizzazione culturale della biblioteca: un esempio nella rassegna Aria di Fiaba delle Biblioteca cantonale di Lugano" tratta il tema dell’organizzazione e della promozione delle attività culturali come strumenti chiave per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio culturale disponibile sul territorio presso il proprio bacino di utenza.

Introduzione

La ricerca dell’architetto Silvana Ghigonetto sulle Maestranze artistiche malcantonesi, a Torino e nella regione del Piemonte, costituisce una vera e propria nuova porta apertasi sul fenomeno di questa nostra specifica emigrazione.

Da almeno un millennio, le valli e le terre rivierasche tra la sponda destra del Lario e la sponda sinistra del Verbano (comprendenti quindi, con il lago Ceresio, anche l’attuale Malcantone) hanno visto partire per tutta Europa (e, negli ultimi secoli, anche per oltre Oceano e oltre Mediterraneo) molte “compagnie” di Mastri d’Arte che, in ogni paese dove sono stati attivi, hanno lasciato segni concreti della loro perizia professionale e della loro multiforme espressione estetica: monumenti religiosi e civili che, ancora oggi, illustrano e testimoniano le costanti più valide della nostra cultura e civiltà “europea-occidentale”, (entità più che mai attuali).

I protagonisti più prestigiosi o famosi come… Adamo di Arogno, gli Antelami, i Campionesi, i Solari, i Maderno, i Fontana, … Francesco Borromini…, i Carloni, i Trezzini… Fossati, Gilardi, Ruggia, Adamini, … sono sempre stati accompagnati da gruppi di parenti e compaesani (fino a qualche decennio orsono) quasi del tutto anonimi: artisti tutti dalla mano e dall’occhio sicuro nel trasformare materiali (creta, legno, calce, ferro, rame, bronzo…) e nell’edificare (muri, volte, stabiliture, coperture… e anche scale e opere idrauliche… e anche altari e pulpiti… con ornamenti e riquadrature in stucco o pittura; senza dimenticare l’abilità nella costruzione e nell’uso di “macchinari” e nel calcolo, o empirismo, della stabilità e statiticità degli edifici.

Erano tutte maestranze chiamate e richiamate… da Consoli di Comune, da Principi Vescovi, da Papi, duchi, imperatori… per una loro conquistata fama: un’emigrazione, in gran parte, avvenuta per merito riconosciuto, quindi, più che per “fame”, come è stato il caso dei grandi flussi migratori, nell’Ottocento.

Ribadite queste (purtroppo non ovvie) considerazioni generali, già espresse in occasione della mostra sulle Maestranze malcantonesi in Russia, del 1995 (esposizione che documentava un’esemplare ricerca storica condotta da Giovanna Devincenti), il Museo del Malcantone presenta oggi un’altra ricerca sulla nostra emigrazione artistica che, se non può mettere in evidenza personalità di assoluto primo piano, come quella di Domenico Trezzini, ha tuttavia il merito, non meno significante, di illustrare figure e opere di malcantonesi quasi sconosciuti: mastri, architetti, stuccatori, pittori, …marmorari… lungo ben tre secoli, che sono stati attivi in terra piemontese; accanto ai numerosi mastri fornaciai, loro conterranei che, pure, meriterebbero di essere tolti dall’ombra della memoria, in uno studio che potrebbe comprendere… altre regioni d’Italia e d’Europa; chi, oggi, passa i settanta potrebbe testimoniare, di persona, sugli ultimi fornaciai di tante vecchie famiglie dei nostri paesi, se non addirittura di quasi tutte… (E basterebbe rileggere qualche pagina tra le più intense del Voltamarsina di Don Francesco Alberti, romanzo ingiustamente ritenuto marginale… nel panorama fin troppo affollato della letteratura ticinese).

Silvana Ghigonetto ha cominciato quest’opera di ricerca con pochi nomi sotto gli occhi: quelli citati da Virgilio Chiesa nel suo volume “Lineamenti storici del Malcantone” (1961); e altri documentati negli studi di Antonio Gili: “Le famiglie d’arte di Nazione luganese a Torino e in Piemonte dal Seicento all’Ottocento” (1992) e “ La Compagnia di Sant’Anna a Torino” (1988).

D’altra parte, da torinese, diplomata al Politecnico di Torino, l’Autrice si è confrontata subito con una nutrita bibliografia sui monumenti della sua regione: tutte opere documentate da storici ma, naturalmente, non finalizzate a definire la provenienza degli artisti né i loro comuni denominatori. E ha potuto anche, con intuitiva indagine, consultare documenti inediti, come quelli dell’archivio della famiglia Visconti di Curio e della famiglia Donzé-Fonti.

In un anno e mezzo di lavoro Silvana Ghigonetto ha stabilito preziosi contatti, ha collegato studi già compiuti, si è procurata copie di documenti, … ha esaminato, osservato, confrontato (nella loro complessità e nei loro particolari) monumenti e manufatti fino a oggi sconosciuti ai malcantonesi.

Il suo studio, articolato, cronologicamente, dal Seicento al Novecento, presenta tutte le personalità degli artisti malcantonesi operanti nella regione: dagli architetti… ai marmorari, dai mastri da muro… ai restauratori.

Nomi di famiglia, comuni nella nostra regione: Rusca, Quadri, Avanzini, Banchini, Vannetta, Guggia, Ruggia, Pedrotti, Zanetti, Boschetti, Pianca, Donati…Fonti, Torriani, Carbonetti, Alberti, Ferretti, in queste pagine, prendono corpo e carattere.

-Di molti si precisa: formazione, perizia, competenza; e soprattutto, nella descrizione delle loro opere, con acuta sensibilità professionale ed estetica, in una prosa senza esibizioni di terminologie tecniche, si precisano strutture portanti e tecniche di impianti decorativi, concludendo sempre la descrizione con un’agile e plastica resa linguistica delle particolarità formali e delle suggestioni espressive di ciascun artista.

Non ha tralasciato, l’Autrice, di contestualizzare il fenomeno nella realtà politico-economica del tempo quando, (specialmente nel Settecento) il Ducato Sabaudo affermava e rappresentava il suo potere anche nell’urbanistica, nella disposizione dei monumenti: sia nella Capitale sia nelle città minori, preparando la sua egemonia, come primo attore, nell’Ottocento, per l’unità d’Italia.

D’altro canto, realisticamente, ha sottolineato pure i contrasti tra artisti o tra gruppi tecnici in situazioni geologiche particolari; e non ha taciuto nemmeno le difficoltà di operare in ambienti macabri come quell’interno di chiesa dove le sepolture… ingombravano il sotto pavimento e l’aria.

Lo studio si legge, così, anche con curiosità minuta oltre che con il piacere della scoperta di nomi e di opere nel contesto di un’epoca.

Nomi e opere di artisti meno noti, ma tutti degni di far corona ai nomi e alle opere degli eccellenti nell’architettura di quei secoli in Piemonte: il padano Guarino Guarini, il siciliano Filippo Juvarra e, finalmente, il piemontese di Ghemme Giacomo Antonelli… della Mole Antonelliana.

Il campo esplorato si è rivelato più vasto del previsto e stimolante per nuove precisazioni, con l’aiuto, ci si augura, che altri documenti vengano alla luce proprio in terra malcantonese: a testimoniare, ulteriormente, l’operosità non comune della nostra gente.


Giancarlo Zappa
Conservatore del Museo del Malcantone
Castelrotto, 28 aprile 2003

Nella sede di Curio trovano posto esposizioni temporanee ed un'esposizione permanente, distribuita in due grandi sale e quattro più piccole. Nella prima delle due grandi sale, la sala della civiltà rustica, sono presentati, in sintesi rapida quanto efficace, attività e momenti di vita della popolazione malcantonese fin verso la metà del nostro secolo: caccia, pesca, agricoltura, artigianato, pastorizia, viticoltura, usanze e tradizioni varie.

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Il museo è chiuso a causa dei lavori per il rinnovo della struttura!

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