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Lavorar di fornasaro col far matoni, quadrelli e coppi

“Lavorar di fornasaro col far matoni, quadrelli e coppi”
L'emigrazione dei fornaciai malcantonesi

“Nei giorni feriali non c’era neppure da discorrere di lasciare la fornace. Si lavorava dalle stelle alle stelle, sull’aia arroventata da un sole in fiamma, quando poi non c’era da correre a trasportare le tegole sotto i portici, per sfuggire al temporale che voleva farne altrettante ‘quaglie’. C’era ben da pensare di andar all’osteria, nei giorni di lavoro!” Francesco Alberti, Il Voltamarsina, Bellinzona 1932

La frase che dà il titolo alla mostra è tolta da un contratto, stipulato nel 1743 dal notaio Luca Borella di Lugano, in forza del quale Domenico Boffa e Giovanni Battista Tamborini di Agno sarebbero partiti per San Pietroburgo come “uomini periti nell’arte del fornasaro”. È una delle innumerevoli testimonianze che ci dicono come nella nostra regione quest’arte della terra e del fuoco abbia avuto radici profonde e un’incredibile diffusione.

È noto che a partire dal Cinquecento e fino ai primi decenni del Novecento, una parte importante degli emigranti di alcuni comuni malcantonesi esercitava il duro mestiere del fornaciaio. “Lavoravano ben 15 ore giornaliere a scavare, impastare argilla, a preparare in apposite forme mattoni coppi embrici e a disporli per la cottura nella fornace, un tempo alimentata a legna. Era un lavoro estenuante e mal compensato”.

Finita la stagione, i più rimpatriavano per la vendemmia: a piedi, naturalmente, spingendo una carriola. Per alcuni comuni del Malcantone quello dei fornaciai assumeva i caratteri di un fenomeno di massa. Un solo esempio. Secondo il registro militare di Aranno, nel 1858 su 81 uomini abili al servizio (quindi presumibilmente di un’età compresa fra i 20 e i 50 anni) ben 64 erano fornaciai, il 79%, quindi.

Anticamente, “anziché nelle fornaci, mettevano i mattoni in piloni, entro i quali accendevano il fuoco per cuocerli”. Dalla metà dell’Ottocento, l’introduzione dei forni “Hoffmann” a fuoco continuo, resero necessari importanti investimenti per l’impianto delle fornaci. In molti casi si è quindi passati dal semplice lavoro di braccia a forme di moderna imprenditorialità. Molti operai sono divenuti col tempo proprietari delle fornaci in cui operavano, molti, imparato il mestiere, ne hanno aperte di nuove là dove erano richiesti laterizi.

In tutta la valle del Po conosciamo, al momento attuale, l’esistenza di poco meno di duecento fornaci esercitate da malcantonesi in proprietà o in affitto (si consideri che la nostra regione ha superato abbondantemente i 10.000 abitanti solo a partire dal 1970), ma il calcolo appare ancora assai impreciso per difetto. Si aggiungano poi fornaci aperte al di là delle Alpi, in Svizzera romanda o in Savoia, o addirittura in Romania, nell’Algeria francese e a Rosario di Santa Fé, Argentina. E questo per quanto riguarda le fornaci in proprietà: dire con buona approssimazione quanti siano stati nei secoli i fornaciai malcantonesi e dove abbiano operato, appare impresa impossibile.

Se oggi queste fornaci sono quasi tutte chiuse, l’importanza del fenomeno giustifica ampiamente questa mostra, che più di un punto di arrivo vorrebbe segnare l’avvio di una ricerca ancora più approfondita, sia negli archivi che sul terreno, per documentare e salvaguardare la memoria di una vera e propria epopea, in riferimento alla quale, un importante studio sull’emigrazione svizzera in Italia può asserire che: “Quasi tutti i fornaciai della Lombardia, del Piemonte, del Veneto e dell’Emilia sono oriundi del Malcantone”.

 


Scarica i pannelli della mostra
Articolo La Regione
Articolo Azione
Articolo Corriere del Ticino

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