Il paesaggio della cultura contadina

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Le testimonianze dell’economia rurale del passato

Territorio prealpino abitato e sfruttato da millenni, il Malcantone conserva una vasta rassegna di costruzioni e strutture che ricordano l’intenso sfruttamento agricolo di un tempo.

Per quanto riguarda l’allevamento, la necessità di avere a disposizione sufficienti superfici per il pascolo del bestiame e per il taglio del fieno, costringevano il contadino della parte più alta e la sua mandria a un continuo spostamento dal villaggio, ove sostava nei mesi invernali, ai monti o maggenghi (posti a media quota e sfruttati in primavera e in autunno) fino ai pascoli più elevati, quelli estivi, detti alpi. Appena sotto le creste, dal Lema ai Gradiccioli, se ne possono incontrare molti: una bella rassegna di strutture essenziali, spesso fabbricate con pietre naturalmente cavate sul posto, edificate allo scopo di dare ricovero a persone e animali e offrire dei locali dove si potesse procedere alla lavorazione del latte, che veniva quindi ricondotto a valle sottoforma di formaggio e di burro.

Alcuni nomi di vecchi alpadori del Lema sono giunti fino a noi. Virgilio Chiesa ( in Latteria luganese, Lugano 1970) cita Giuseppe Morandi, detto Magéla, che si vantava di aver preparato la polenta al prefetto dell’Ambrosiana Achille Ratti, poi divenuto Papa Pio XI. Egli ricorda anche altri due alpigiani astanesi dell’Ottocento, il Pincia e il Carocia, che gli raccontavano di come, per tener lontano i lupi, si accendessero di notte grandi fuochi...

I monti o i maggenghi comportano in generale una struttura diversa, in quanto alla funzione di rustica abitazione e stalle sommavano anche quella di fienili: qui il fieno veniva accumulato e usato per alimentare il bestiame nelle stagioni intermedie, quando i pascoli circostanti non davano ancora sufficiente alimento o quando avevano ormai esaurite le loro capacità produttive. Quando era necessario, durante l’inverno, il foraggio qui accumulato veniva portato fino al villaggio.

I coltivi poi occupavano superfici oggi inimmaginabili. Basta osservare montagne e colline del Malcantone dopo una spruzzata di neve per rendersi conto della quantità di terrazzamenti che sono stati ricavati praticamente su ogni pendio utile. Qui, fin dove la quota lo permetteva, si coltivava la vite, intercalata da ogni sorta di coltivazione: alberi da frutta, cereali, legumi, ortaggi. E non si dimentichino i boschi, in gran parte costituiti da selve castanili, curate e coltivate con grande attenzione.

Il territorio e i suoi abitanti erano insomma quasi completamente votati alla produzione alimentare, per un’economia povera basata sull’auto-consumo, sostenuta solo dalle rimesse degli emigranti, cioè da quasi tutti gli uomini in età da lavoro.

Sulla qualità della vita di queste generazioni si è fatta e si fa molta retorica, così come se ne fa sulla qualità della sua produzione alimentare.

Eppure basta dare una rapida occhiata agli studi dedicati all’Ottocento per capire come andavano le cose. I coltivi erano spezzettati in microscopici appezzamenti, frutto di continue divisioni ereditarie, che ne rendevano improponibile un uso razionale; le pianure non erano bonificate e vi serpeggiava la malaria, il bestiame era di qualità scadente e allevato con metodi arcaici. Fino alla metà del secolo frequenti carestie tormentavano la popolazione, costringendola a nutrirsi nei modi più impensabili: Plinio Martini ricorda il caso di una famiglia valmaggese che, macinata una vecchia e tarlata slitta in faggio, ne aggiunse la farina ottenuta a quella per la polenta!

Oltre che scarsi, gli alimenti erano di qualità tutt’altro che invidiabile: materie prime scadenti, metodi di produzione primitivi, mancanza di norme igieniche, difficoltà di conservazione erano caratteristiche universali.

Solo verso la fine del secolo la situazione cominciò a migliorare, ad esempio nel campo del latte e del vino e in entrambi i casi i malcantonesi furono pionieri. Le prime latterie sociali, ad esempio, introdussero nuovi metodi nella lavorazione del latte, mentre le due ondate successive di peronospera e filossera, che distrussero i vigneti ticinesi, costrinsero ad adottare nuove varietà di vite e spinsero all’adozione di moderni metodi di vinificazione. E a chi volesse rimpiangere i vini di una volta, Raffaello Ceschi ( Ottocento ticinese, Locarno 1986, p.172) ricorda il giudizio pronunciato sui vini ticinesi da alcuni enologhi confederati verso il 1860: “Per lo più grami, ed anche gramissimi”!


Bernardino Croci Maspoli

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