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Suwaroff in Svizzera

Giulio Rossi, in Corriere del Ticino, 9-16 gennaio 1908

Il passaggio del celebre generale russo Suwaroff attraverso il Ticino e la Svizzera centrale pel passo del S. Gottardo e quello del Panix, e le fortunose vicende di quella ritirata famosa attraverso la parte più montuosa del nostro paese, hanno lasciato una memoria ancor viva nelle popolazioni Ticinesi, pei racconti impressionanti dei nostri buoni vecchi sulle ruberie e la rapacità di quegli strani e barbuti guerrieri moscoviti.

Un racconto sistematico di quella campagna, basato sulla documentazione e sulla selezione critica d’ogni particolare, ci viene presentato da un chiaro cultore francese della scienza storica, il sig. Ettore Gachot, in un suo libro recente (La Campagne d’Helvetie. Payot e C., Editeurs, Lausanne) dal quale abbiamo tratto questi brevi riflessi riguardanti appunto la plaga del nostro Cantone che si trovò a più diretto contatto coll’esercito russo di Suwaroff.

La situazione politico militare d’Europa al tempo degli avvenimenti di cui siamo per parlare (1799) presentavasi sotto il seguente aspetto. Bonaparte trovavasi in Egitto e nel frattempo i suoi luogotenenti erano messi dappertutto a mal partito dagli eserciti della 2.a coalizione, formata dagli artifici di Pitt tra Inghilterra, Austria, Russia, Turchia, parte della Germania, cui si unì pure il re di Napoli Ferdinando IV.

Infatti in Italia Scherer, battuto a Magnano dagli Austriaci, cedeva il comando a Moreau, che veniva pure vinto a Cassano (28 aprile), e Macdonald, che gli veniva in aiuto da Napoli (da lui forzatamente abbandonata) subiva una forte scossa alla Trebbia per opera dei Russi condotti da Suwaroff (17-18 giugno) : riunitosi dopo gravi stenti col Moreau, e assunto il comando supremo dei due eserciti francesi dal gen. Joubert, per ordine del Direttorio questi tentava una ricvincita a Novi (15 agosto) ma anche qui gli Austro-Russi condotti da Suwaroff e da Melas infliggevano una grave rotta alle armi repubblicane, restando il medesimo Joubert morto sul campo.

Così veniva a cadere la repubblica Cisalpina, e gli Austriaci tornavano ad insediarsi nel Lombardo-Veneto, ed in gran parte d’Italia: ma essi avevano ai fianchi un alleato alquanto incomodo nell’esercito Russo, valorosissimo e condotto da un generale ardito quanto intrigante e facinoroso politicante, il principe Suwaroff, che dopo le ottenute vittorie facevasi chiamare “Italiski”, l’Italico! Bisognava sbarazzarsene ad ogni costo, e la diplomazia austriaca trovava uno splendido pretesto. Suwaroff andrà a congiungersi coll’esercito austro-russo di Korsakoff che stava da tempo in Zurigo di fronte all’esercito di Massena.

Contemporaneamente un esercito anglo-russo apparecchiavasi ad entrare in Francia dall’Olanda, l’arciduca Carlo doveva muovere da Magonza verso Sedan, e l’esercito austriaco del Melas dal Piemonte avrebbe invaso la Savoia con obiettivo Lione.

***
Così la spedizione di Suwaroff in Isvizzera fu decisa: dal suo campo di Asti egli lanciava il 5 settembre 1799 un ordine del giorno pieno di entusiasmo alle sue truppe agguerrite e ben riposate e senz’indugio mettevasi in marcia verso il Cantone Ticino per Gallarate, Varese, Ponte Tresa.

Souwaroff era pieno d’umore bellicoso: vecchio d’oltre 70 anni ma arzillo e noncurante dei disagi, ora caracollava frammezzo ai cosacchi ridendo e cantando con essi, ora con parole incoraggianti spronava alla marcia i suoi granatieri, ed i moschettieri mitrati, che in lunghe colonne per sei divoravano le larghe strade lombarde. Fisicamente aveva una figura caratteristica: il viso sbarbato e quasi femmineo, solcato da un perpetuo sogghigno sardonico tradiva il suo interno: cioè un animo sarcastico ed energico, ambizioso e dissimulatore.

Intelligentissimo e valoroso, aveva acquistato fama e gradi spendendo l’intera sua vita sui campi di battaglia al servizio degli Czar, battendo Turchi, Slavi, Polacchi e Circassi: aveva domato rivolte e conquistato larghi domini ai vari Imperatori che aveva visto succedersi sul trono di Russia pagando sempre di persona e predicando coll’esempio; perciò la sua popolarità in tutta la Russia era grandissima, i suoi soldati lo idolatravano, e lo chiamavano “Piccolo padre”.

Suwaroff ripromettevasi di sbrigarsi in poco tempo di Massena e del suo esercito: invece di passare per la facile via di Como, Chiavenna, lo Spluga e dirigersi verso Coira per poi collegarsi con gli Austriaci di Auffenberg ed Hotze, egli dirigevasi verso il M. Ceneri ed il S. Gottardo sopra Altorf, Svitto, Wallenstadt con mira a Zurigo, partigiano come era sempre stato della strada più diretta, benché questa fosse la più faticosa e la più difficile, sapendosi i passi del Gottardo occupati da riparti francesi. Ma Suwaroff sprezzava i i pericoli ed i disagi, anzi ci teneva ad affrontarli e vincerli. Tempra s’raordinaria di condottiero.

***

Dopo aver spedito il grosso bagaglio e l’artiglieria pesante per via di Coira a Feldkirch, Suwaroff da Varese per Ponte Tresa ed Agno dirigevasi a Taverne, dove aveva deliberato di fare una breve fermata, onde organizzare per la guerra di montagna il suo corpo d'operazione: là doveva raggiungerlo un convoglio di provvigioni e di muli ordinato da tempo in Lombardia.

Il Ticino, o meglio i vari bagliaggi ticinesi, versavano allora in un periodo di anarchia: dopo la cacciata dei Landfogti, avvenuta a Lugano avvenuta a Lugano il 19 febbraio di quell’anno, erasi qui costituito il provvisorio “governo del libero popolo Luganese” con a capo Buonvicini, Stoppani e l’avv. Ann. Pellegrini di Ponte Tresa: il governo ebbe invito (per così dire) cioè ordine d’apparecchiare in Agno 16.000 razioni di pane, 20.000 misure di fieno, oltre ad acquavite, legna, avena per 1200 sacchi, pel 12 settembre 1799, ed un Commissario di guerra russo si presentò di persona in Lugano a trattare le modalità di quelle consegne: il Governo fè ogni sforzo per soddisfare le richieste onde evitare violenze e saccheggi, anzi ebbe dai generali russi e dagli ufficiali di provianda dei certificati di lode, ma non un centesimo!

Due parole ora sulla composizione di quell’esercito che il 15 settembre 1799 cominciò a sfilare a Magliaso, Agno e Bioggio verso Taverne, e per vedere il quale (dice il cronista Laghi) “gli abitanti del borgo di Lugano si portarono la maggior parte ad Agno”.

I fantaccini, scrive il Baroffio, avevano una corporatura robusta ed agile sebbene fossero coperti di armatura grave….. Marciavano in battaglioni serrati al rullo di grosse casse di tamburo il cui suono argentino e sonoro era udito dalla testa fino alla coda delle colonne: erano però male istruiti nel fuoco di moschetteria e meglio valevano nell’azione coll’arma bianca.

I cavalieri avevano sembiante feroce e barocco, erano vestiti di larghi pantaloni e di sordide tuniche brune, rosse od azzurre con grandi berretti di pelliccia sul capo, portavano una lunga e leggera lancia, oltre alla sciabola, fucile e pistole. I cavalli erano piccoli e pesantemente bardati, ma velocissimi e resistenti. Suddivisi in avanguardia (gen. Rosemberg), in grosso, composto di tre colonne, e in retroguardia, l’esercito russo comprendeva in tutto 21284 uomini fra cosacchi, cacciatori a cavallo, granatieri e moschettieri: lo stato maggiore era numeroso e brillante, comprendendo un Consiglio degli affari esteri, un corpo di Commissariato ed uno delle provvigioni, un Consiglio di Sanità, an altro del genio, ecc. Aiutanti di campo di Suwaroff erano il principe Costantino medesimo, erede del trono di Russia, il co. Tiefenhausen, il te. Col: Zucato ecc., oltre gli ufficiali addetti alla persona del generalissimo, e lo stato maggiore austriaco, cioè una cinquantina di ufficiali d’ogni grado.


***

Le massime rivoluzionarie erano alquanto in ribasso in quel quarto d’ora sia in Europa come nel Ticino, specie come si è visto, per la crisi in cui versava la potenza Francese, e di conseguenza la reazione e gli antichi regimi andavano riaquistando il perduto dominio. Lugano viveva sotto l’influsso della strage dei Giacobini o presunti fautori delle idee rivoluzionarie (detti Patrioti), avvenuta pochi mesi prima, e gli eserciti sia Russi che Austriaci erano rappresentati come i ripristinatori della religione e dell’ordine; non vi fu quindi il menomo accenno o velleità di resistenza al passeggero invasore. Invece il paesello di Bedano scontò il fio di un atto che dimostrava, nell’ignoto cittadino che lo compì una energica protesta contro le esazioni, le requisizioni ed i furti a cui doveva dar luogo quell’inaspettata visita.

Infatti un paesano bedanese, forse ispirato dall’esempio di Tell (allora la critica storica non aveva peranco attaccato la leggenda), appostatosi dietro una siepe all’entrata del paese, tirò di là un colpo di fuoco sulla prima scolta di cavalleria dell’avanguardia moscovita che avanzavasi noncurante, ferendo mortalmente un cosacco. Un soldato non fa però un esercito, come una rondine non basta a fare primavera, e l’unico risultato di tale atto di isolato valore fu l’immediato saccheggio di Bedano da parte di quei cavalieri, del resto specialisti in materia!
Il soldato ferito fu poi confidato a Taverne alle cure d’una vecchia, unitamente ad un altro cosacco ammalato, a cui fu ordinato di raggiungere le file appena ristabilito. Ma il primo soccombette il 9 ottobre 1799 alla sua ferita, ed il suo compagno di sventura pensò bene di rimanersene tranquillo a Taverne, dove anzi elesse domicilio, prese moglie, e visse pel rimanente dei suoi giorni, ospitalmente trattato da quella popolazione che l’aveva battezzato col nomignolo di “rüssu”.

Questi e altri interessantissimi particolari vennero forniti all’Autore, recatosi espressamente nel Ticino, dal sig. Natale Lurati, farmacista a Taverne, che viene chiamato dal Gachot “un très doute Cicerone”.

***

Il 16 settembre 1799 quasi tutto il corpo d’operazione era concentrato nei dintorni di Taverne, ed il campo russo formando un pittoresco quadro estendevasi da Bedano fino a Torricella dove erano stabiliti i Cosacchi, Suwaroff prese stanza in una frazione del Comune di Sigirino che apparentemente prolunga Taverne al nord, presso un negoziante del paese, Gaudenzio Gamma, nella vasta abitazione alloggiarono pure il principe Costantino e parte dello Stato Maggiore; il rimanente occupò la casa Rigolli, sita a 30 metri più a sud della casa Gamma.

L’ira e il dispetto di Suwaroff nell’apprendere che non era peranco giunto in Taverne il convoglio di viveri e di muli da lui ordinato in Lombardia, scoppiarono violenti. Il vecchio lupo di guerra intuì forse in un baleno quanto fatale dovesse tornare al suo esercito, ed alle armi imperiali stesse, quella mancanza, e come un leone ruggente diede in terribili escandescenze davanti al suo Stato Maggiore, imprecando agli Austriaci ed al Coscatelli, cioè al suo incaricato, il quale (essendo la Lombardia come il Ticino stremata dalle esazioni di guerra) non aveva potuto raccogliere il promesso convoglio di muli e bestie da soma.

I generali russi ed austriaci erano esterefatti e demoralizzati. Eppure bisognava agire!

Benché il generalissimo russo avesse emanato ordini severissimi perché venissero, per quanto possibile, rispettate le proprietà private pure le popolazioni ebbero a soffrire di parziali violenze dei russi, che specialmente causa i disagi delle intemperie, e la manchevolezza delle sussistenze, si attaccavano a tutto ciò che loro sembrasse utile: nel Luganese si ricorda di casi in cui la soldatesca, impadronitasi di vari maialetti di latte, li fece bollire sans autre forme de…cuisine in una pentola, per poi farne un ambito festino.

A molte donne furono tolti gli orecchini; va poi da sé che questi malcapitati borghesi, uomini e donne portanti scarpe venivano côlti da quegli infelici di tutto sprovvisti – dovevano con le belle e le buone fare una cessione forzata delle loro calzature a favore dei restauratori dell’ordine e della religione. Dicesi che in Leventina una donna, all’invito da parte d’un russo di sedersi perché le fossero levate le scarpe, si sedette infatti, ma con un colpo di scure uccise l’audace predone mentre questo erasi chinato per levarle.

Passando il principe Costantino per Bioggio, si fermò presso la casa Staffieri (ora dei fratelli Soldati) e chiese da bere: i famigliari gli portarono premurosamente dell’acqua con un pane sopra un bacile d’argento, come si ricorda tutt’ora. E’ doveroso però ricordare che il generale austriaco Döller protesse efficacemente in quei giorni Lugano dai saccheggiatori e dai requisitori.

Il genio di Suwaroff si moltiplicò: il convoglio venne formato appiedando tutti i dragoni e parte di cosacchi; i loro cavalli vennero caricati di viveri e di munizioni, ed i cavalieri andarono a rinforzare la fanteria: gli ufficiali che avevano condotto seco cavalli e vetture pel loro uso personale, dovettero cedere i primi come bestie da soma, ed abbandonare le carrozze! L’esempio fu dato però dal principe Costantino, che rinviò a Como le sue tre vetture, e da Suwaroff medesimo, che benchè settantenne, abbandonò stoicamente la sua lettiga e decise di marciare lui pure a piedi!

Intanto il maltempo tormentava quei veterani già provati da tante battaglie. La pioggia uggiosa e insistente, insieme ai primi freddi autunnali rendeva malsani e non riposati i bivacchi all’aperto: l’armamento e l’abbigliamento dei soldati si usavano terribilmente, la loro salute ne risentiva, e il contraccolpo più diretto di quella fermata imprevista a Taverne riflettevasi sulle popolazioni, per le requisizioni continue di paglia, fieno, combustibile, acquavite e vino operate giornalmente dai Russi. Un corpo russo venne pure dalla parte di Chiasso a congiungersi al Suwaroff: questi, il principe Costantino ed i loro stati maggiori fecero frequenti visite a Lugano, dove (stando alla cronaca Franscini-P. Peri) “spendevano molto denaro, e tenevano colla loro presenza, in rispetto le tarme di foraggiatori ed esploratori, dei dispersi, dei disertori russi”.

A Bedano, sulla facciata della casa Albertolli, leggesi la seguente iscrizione: “Su questa strada, cominciando il 15 settembre 1799. Per sette giorni consecutivi. Fu di passaggio verso la Svizzera la grande armata russa col suo generale Suwaroff e il principe Costantino”.

Suwaroff ordinò la partenza per l’alba del 21. Nella notte dal 20 al 21 settembre furono fatti, sempre sotto la pioggia e la nebbia, i preparativi della gran marcia: Antonio Gamma, fratello dell’oste Gaudenzio di Sigirino, capitano nella legione Svizzera Bachmann, seguiva come guida lo stato maggiore russo: nelle compagnie singole fu letto prima di partire un ordine di marcia severissimo contro chi commettesse atti di brigantaggio, o si fermasse per la strada o mancasse alla disciplina: alla sera del 21 l’intero esercito campeggiava tra S. Antonino e Bellinzona, ed in un’altra giornata di marcia giungeva, la sera del 22 a Giornico.

E qui notiamo un episodio di cui conservasi, vero o no, il ricordo, a Taverne. Appena partita la retroguardia da Taverne, il suo comandante s’accorse d’aver dimenticato la cassa del tesoro nella casa Rigolli, e subito rimandò una scorta per ricercarla: ma le ricerche furono vane. Il tesoro (un sacco di cuoio contenente 40.000 lire) era stato gettato nel pozzo della casa stessa (tuttora esistente) e per quanto i Moscoviti rovistassero in ogni canto il prezioso bottino non fu rinvenuto.

Nella notte del 23 settembre un uragano di pioggia e di neve flagellò lo stanco esercito, che a Faido fu rafforzato da un reggimento austriaco. La mattina del 24 Suwaroff, che alloggiava nella casa Giacomo Solari, volle passare personalmente in rivista tutto l’esercito e la colonna dei bagagli, prima di avventurarsi verso il Gottardo. La rivista ebbe luogo sulla piazza comunale di Faido e da ogni colonna si fecero uscire i soldati ammalati o zoppicanti ed i cavalli mal caricati, che furono riuniti in una retroguardia, perché non rallentassero la marcia del grosso. Suwaroff visitò il convento dei Cappuccini, vi fece le sue preghiere poi pieno d’ardore si portò in testa alle truppe che lo acclamarono entusiasticamente.

Ma ad Airolo un battaglione francese arrestò la marcia dei russi, i quali dovettero lasciare 600 morti sul terreno prima di poter penetrare nella grandiosa e difficile Val Tremola. Suwaroff che si era esposto personalmente al fuoco spingendo all’attacco le truppe spesso esitanti, arrivò all’Ospizio del Gottardo verso sera – ma ritornò a passar la notte ad Airolo, all’Albergo dei “Tre Re”, incendiato nel 1877: a quel posto sorge attualmente la Scuola Comunale.

Allo spuntare dell’alba del 25 settembre Suwaroff era già, arzillo ed impaziente di continuare la marcia ad Andermatt ed ordinava (come al suo ordinario) di attaccare immediatamente e di fronte i Francesi che si erano ritirati dietro il Buco d’Uri, facendo parzialmente rovinare il Ponte del Diavolo.

Ma qui l’impresa divenne più critica: i Francesi di Loison avevano puntato un pezzo di montagna contro l’uscita nord del Buco d’Uri, e scavato dei fossi da tiratori utilizzando il minimo spazio utile. Allorchè i moschettieri di Mansuroff uscirono in massa serrata dalla oscura galleria, scoppiò la scarica generale con fragore terribile, ripercosso dalle roccie a picco in cui è incassata la Reuss che scorre mugghiante e spumeggiante fra i macigni, e 35 Russi morsero la polvere. I valorosi tornarono una seconda, una terza e più volte ancora alla carica, arrestata dal piombo repubblicano: Suwaroff bastonava i fuggenti e voleva andare in persona all’assalto, mentre il principe Costantino, Rosember, Bagration e Förster lo inducevano ad intraprendere l’attacco sistematico – che accennò a riuscire quando una colonna russa ebbe, passata la Reuss, minacciato il fianco dei Francesi guadagnando i fianchi ripidi del Teufelsberg.

Verso mezzogiorno, e quando già circa 900 soldati dello Czar erano fuori combattimento, 150 russi del reg. Kamenski arrivarono carichi di travi, mentre un riparto del genio riusciva a gettare una passerella fra le due parti del rotto ponte del Diavolo (sempre sotto fuoco nemico), col mezzo di tre lunghe panche assieme legate: subito passò un maggiore, Mestcherasky, seguito da un soldato che, perso l’equilibrio, cadde nell’abisso. Poi, tenendosi a mano, passarono i cacciatori di Rosemberg, ed infine il completò l’opera e rese il ponte praticabile al grosso dei convogli.

Così era compiuta quella che agli occhi di Suwaroff e del suo stato maggiore, era la parte più difficile della via per Zurigo – e quella che, nella leggenda ancor sparsa nel Ticino, è detta la battaglia del Ponte del Diavolo: secondo il racconto popolare i Russi, giunti di notte al ponte stesso, che era stato distrutto dal nemico, non si avvidero per l’oscurità e pel fragore della cascata di quella interruzione ed in numero enorme caddero nella Reuss, finchè un cavallo cieco (?) arrestatosi sul punto pericoloso, non ebbe messo la truppa sull’avviso.

Ma qui incominciarono per il valoroso esercito le vere difficoltà, i disagi e le peripezie terribili che avrebbero fiaccato ogni volontà meno che eroica.

Il giorno stesso in cui Suwaroff forzava le Termopoli della Svizzera, (25 settembre 1799) Massena moveva all’esercito austro-russo che occupava Zurigo, un attacco generale che doveva, dopo due giorni di combattimenti, costringere Korsakoff alla ritirata su tutti i punti e ad evacuare la Svizzera.

Non fossero stati i 4 giorni perduti al campo di Taverne per organizzare il convoglio al posto dei muli mancanti – Suwaroff avrebbe certo potuto giungere in tempo per frenare l’ardore dei Francesi attorno a Zurigo, o forse per mutar addirittura la sorte delle armi imperiali: ora la scena cambiava aspetto e si faceva assolutamente minacciosa, se non disperata.

Ed ora le sorti della spedizione russa volgono rapidamente alla peggio: le roccie avevano usate le calzature dei soldati, di cui molti ne eran già privi, l’umidità continua ed i bivacchi sulla nuda terra avevan messo le uniformi in brandelli, fucili e baionette arrugginivano e la fame si faceva sentire.

Ma d’altra parte a Flüelen della flottiglia, promessa da Korsakoff pel trasporto dell’esercito, non v’era traccia, e ne sappiamo la ragione, e la via dell’Axen era sbarrata da Lecourbe. Suwaroff, che, sempre affettando arie mistiche, era entrato in Altdorf benedicendo, come un archimandrita, colla mano i paesani accorsi – perse il velo grave e diede in sanguinosi insulti contro gli Austriaci ed il Consiglio aulico di Vienna, che diceva “aveva spinto le sue truppe a trovare la tomba nel regno dello spavento”.

Volendo giungere ad ogni costo a Svitto, indirizzò il suo corpo d’operazione verso il Kinzigpass, che da Bürglen mette a Muota Thal, salendo quasi a picco da un’altezza di m. 500 circa fino ad un livello di m.2070 sul mare, formando un sentiero intagliato in una roccia quasi a picco. I Russi coi piedi doloranti, lo stomaco vuoto, la febbre in corpo vi si inerpicarono, mentre il vecchio Suwaroff, appoggiandosi ad un bastone passava lesto, ora ingiuriando chi s’attardava, o invitando a cantare i più animosi, ed a chi gli chiedeva “Dove ci conduci, piccolo padre?” rispondeva: “Alla Gloria”. Intanto i sergenti spingevano inesorabilmente gli estenuati ritardatari, e Suwaroff, per rianimarli, si faceva vedere danzare, mentre il sudore scorreva sulle tempia canute di quell’animoso vecchio di 71 anni.

Il Gachot fa un quadro impressionante di quella marcia ardita ed eseguita a puntino sulla paurosa e scoscesa pendice del Kinzerberg, ad una stagione in cui la neve rende spesso invisibile il sentiero, mentre all’infuori di esso non v’è che l’abisso, e le brezze gelate intorpidiscono e fiaccano ogni umana energia.

Scoppiò ad un tratto un fragore d’artiglieria nel piano: era Lecourbe che attaccava la retroguardia; ed un messo riferiva a Suwaroff che Svitto era già occupato da 20.000 Francesi i quali avevano distrutto i corpi di Korsakoff, Hotze e Jellachic, e l’attendevano al varco! Fu un grido per tutti i ranghi. “Ecco i Francesi” e una torma di ufficiali e soldati si fè attorno ansiosa al vecchio maresciallo: questi riprese subito un viso impassibile; con una parola ordinò il silenzio, e con un’altra comandò la ripresa della marcia: tutte le volontà si piegarono sotto quel volere di ferro, e la dura via continuò sino a notte… Notte d’angoscie, trascorsa dai soldati accoccolati attorno a rari fuochi, o raggomitolati gli uni contro gli altri a mutua protezione…

Sbarrata la strada verso Svitto e Zurigo, altra via per uscire da quell’inferno non v’era che quella del Pragelpass, conducente a Nettstal e Glarona, e questa fu prescelta.

Tra i paesani dello Schächenthal narrasi ancora che, onde tranquillizzare gli animi semplici dei suoi mujiks allarmati da quel cannoneggiamento, e da quelle voci minacciose – Suwaroff fece estrarre ed esporre sopra una roccia in vista di tutti (roccia che tuttora è detta “diamantestein” (tutte le sue auree decorazioni, i gioielli ed ornamenti preziosi, così che tutti si dissero: Il nemico è ben lontano, se il maresciallo non teme di esporre qui il suo tesoro.

Il 28 settembre Suwaroff giungeva al convento di Muotathal – che visitava costringendo tutto il suo seguito alle genuflessioni e riverenze che faceva egli stesso davanti ad ogni simbolo sacro, e subito doveva respingere i focosi attacchi dei Francesi sopraggiunti da Zurigo spinti dall'ardore della vittoria. Ma col vigore dell'ora estrema i Russi di Rosemberg infliggevano serie perdite ai Francesi (gen. Martier) ma infine dovettero volgersi verso Glarona, attraverso il passo del Colle del Pragel dopo 3 giorni di aspri combattimenti e di continui disagi, mentre Rosemberg, moltiplicando d’energia, protesse di nuovo la ritirata evitando all’esercito un panico che sarebbe riuscito irreparabile.

Da documenti lasciati a Muotathal dai Russi fu rilevato il preciso stato numerico dell’esercito Russo il 30 settembre 1799, che era di 66 ufficiali di Stato magg., 493 uff. di truppa, 1172 sottufficiali, 403 musicanti e 16584 uomini di truppa, e di questi 410 uomini si trascinavano ammalati, 216 erano zoppicanti e 21 agli arresti; solo 85 avevano disertato.

In 10 giorni l’esercito russo aveva perduto 3000 uomini. Eppure con un corpo d’esercito estenuato da 14 giorni di faticosissime marcie e di combattimenti, fiaccato dai sentieri alpestri in una stagione inclemente e senza viveri, Suwaroff, , sboccato finalmente nella valle della Lint, di fronte a Glarona, dava colà battaglia campale a Molitar e solo per poco sfuggì la vittoria finale, dopo avere per tutto il 1. ottobre riportato brillantissimi successi parziali, contro Francesi muniti di tutto, protetti dalla forza del successo ed assecondati da riparti di milizia svizzera.
Nella decisiva battaglia di Vettstall, i Russi perdettero 2126 uomini (fra cui 431 morti) – ma anche dal lato francese vi furono 317 uccisi ed 820 feriti!

Per due giorni i reggimenti russi, sotto gli occhi di Suwaroff, che pareva non sentisse il bisogno di riposo, attaccarono i repubblicani solidamente fortificati a Vettstall, Näfels e Mollis: e benchè il vecchio generale accennasse a nuovi piani offensivi, prevalse l’avviso del principe Costantino di muovere in ritirata verso Coira, attraverso il Passo del Panix.

Le disposizioni per la ritirata date da Suwaroff in persona furono abili e prudenti come il consueto: Bagration doveva stavolta assumere il peso di comandare la retroguardia: infatti ufficiali e soldati erano al termine della lor forza di resistenza a tanti sacrifici coronati da tanto sgraziati quanto immeritati insuccessi: i lamenti che prima erano puniti di morte, si facevano vivi nei ranghi, ed i Francesi inseguivano quella parvenza d’esercito col disegno e forse la certezza di disperderlo e ridurlo a discrezione!

La marcia verso il Panix cominciò la sera del 4 ottobre sotto la neve mista ad una pioggia gelata… ed il paesaggio del Sernfsthal cupo per nere roccie fra le cui anfrattuosità si alzavano dei pini enormi parve più sinistro ancora ai figli delle steppe. La retroguardia dovette sostenere venti combattimenti per trattenere il nemico e salvare l’intero esercito da un finale disastro: fu però persa la cassa del tesoro contenente 20.000 fr. distribuiti poi al battaglione che l’aveva catturata.

Per farsi un’idea esatta delle terribili sofferenze del corpo in ritirata, dovremmo riprodurre in esteso il racconto del Gachot, tolto dai ricordi di ufficiali superstiti e da notizie ricavate dall’archivio della guerra russa: la marcia, eseguita quasi ininterrottamente anche di notte, costò la vita a quanti, stanchi o feriti, erano poco saldi in piedi che sdrucciolavano per lo stretto sentiero spesso invisibile per la neve di fresco caduta e subito ghiacciata: molti si piegarono su sè stessi addormentandosi in un sonno senza risveglio: il freddo faceva dimenticare la fame, il rumore della fucilata degli inseguitori rendeva i Russi insensibili al freddo… Sul colmo del passo ogni via sembrava preclusa e l’avanguardia errò tra i precipizii sperdendo dei gruppi interi prima di poter trovare il giusto cammino per una scoscesa non meno disagiata. E fra tanti strazii, Suwaroff rifiutava un mantello che il suo fedele Prochka offriva, mentre i militi marciavano come allucinati, senza più avere nemmeno una esatta idea delle tappe compiute ed i più deboli abbandonavano zaini e fucili lungo la via dolorosa.

Un uragano terribile scoppiato d’improvviso, riempì di panico il corpo di Miloradowitch, che, arrivato alla piattaforma terminale del passo del Panix, si trovò assalito da una tempesta di grandine e di neve gelata, mentre i soldati si smarrivano ai fragorosi tuoni che pareva volessero far precipitare gli erti dirupi sovrastanti, ed inghiottirli tutti nell’abisso. La piattaforma del Panix sembrava senz’uscita, e gli esploratori erravano fra i precipizi in cerca d’una via di scampo; i più ardimentosi sdrucciolavano sul ghiaccio che copriva le roccie, e scomparivano urlando, finchè un alpigiano sopraggiunto indicò loro il sentiero verso Panix ed Ilanz: era la salvezza.

Nella notte, affamati, male abbigliati e peggio calzati, granatieri, moschettieri, dragoni, cosacchi e conduttori, battevano i denti e si sentivano piegar le ginocchia; le mani diaccie lasciavano sfuggire il fucile od il piccone, e le tempia si coprivano di sudore che immediatamente congelava.

Le sezioni ed igruppi si ammassavano nella minima anfrattuosità, fra i crepacci che offrissero la parvenza di un riposo. Altri, meno favoriti, eran ridotti ad alzare colla neve fresca un muricciuolo, dietro il quale si coricavano: né v’era un posto speciale per gli ufficiali, molti dei quali univano i loro lamenti a quelli dei suordinati.

All’alba, quando con uno sforzo disperato i reggimenti ripresero la via, 200 infelici restavano inerti sulle pendici, e negli occhi dei sopravviventi si leggeva la morte e lo spavento.

Quando apparvero i châlets di Panix mezzo affondati nella neve, la salvezza dell’esercito era assicurata: la discesa a Panix, e di là ad Ilanz fu fatta con una celerità relativa, e quell’ombra di esercito veniva raccolta da un corpo austriaco (Weirother) che protesse i Russi contro un battaglione francese ostinatesi nel molestare degli spettri viventi..

Suwaroff, che aveva già ripreso lena, strabigliava i suoi famigliari per l’arditezza dei piani che già andava facendo, e dirigeva i superstiti verso Coira, dove arrivava il 10 ottobre, egli trovava anche il tempo di pungere con sarcasmi feroci i generali austriaci pel loro supposto tradimento, di scriver delle lettere in cui si qualificava vincitore al suo imperatore e ad altri magnati!

Ma quale esercito! I reggimenti formavano una torma informe, le sotnie un gruppo di una ventina di cavalieri disputantisi 4 o 5 cavalli apocalittici: perduta l’artiglieria ed il materiale; un terzo della truppa era senz’armi, le altre erano arrugginite ed inservibili, le lancie spuntate, le uniformi irriconoscibili. 11.000 di quei valorosi erano rimasti per via, e dei 10.000 che Suwaroff riorganizzava a Coira, la metà marciava a stento, altri eran divorati dalle febbri, altri acciecati dall’oftalmia. Ogni reggimento fu riunito in un battaglione, i reggimenti di cavalleria in altrettanti squadroni, rifatto un convoglio di 500 bestie da soma il tutto fu diretto per Balzers, Vaduz e Feldkirk sino a Altenstad.

Ora lo Czar Paolo I, disgustato dalle sconfitte degli Imperiali, si ritirava dalla Coalizione, ed ordinava a Suwaroff di rientrare in Russia a piccole marcie, il che veniva eseguito, fra le lodi sperticate e rettoriche dei cortigiani e degli arrivisti che, cessato il pericolo, assediavano di nuovo il Duce slavo.

Questa ritirata, ben paragonabile alle gesta di Senofonte, d’Annibale, di Giulio Cesare e del Gran Côrso, ebbe un ben triste epilogo per il principe Italisky, Suwaroff Wassiliewicht, che aveva in essa sofferto e dimostrato talenti ben superiori a quelli delle campagne di Polonia e di Turchia. Korsakoff (il vinto colpevole di Zurigo) aveva prevenuto l’eroe a Pietroburgo, e messolo in mala vista come causa della sua sconfitta. Paolo I lo accolse freddamente, nè concesse all’esercito l’onore di una entrata trionfale, in Pietroburgo come aveva promesso.

Stremato di forze, dopo dieci campagne, scoraggiato e colla salute minata, Suwaroff cadeva ammalato poco dopo e moriva il 18 maggio 1800 senza il conforto della gratitudine di colui del quale aveva tenuto alto il prestigio in frangenti in cui chiunque sarebbe stato travolto dalle avversità.

Il grandioso monumento scolpito nella rupe presso Urner Loch, sulle roccie sovrastanti il Ponte del Diavolo, è stato una tardiva testimonianza al valore ed al sacrificio sfortunati.

Possano sì tragici eventi non più ripetersi nè fra noi nè a flagello di qualsiasi altro popolo e possa il loro ricordo risvegliare ed additare in tutti più vivi i benefici effetti della pace.

 


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