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Il conte Ruggero di Cannero

Il conte Ruggero di Cannero che dominava su tutta la regione del Verbano, sulla Valtravaglia e parte del Malcantone era conosciuto e temuto per la sua crudeltà e dissolutezza. Ancor oggi si dice di lui che ne fece di cotte e di crude e d'ogni erba un fascio, e ciò per spiegare la sua vita da vero signorotto, che fu un compendio di prepotenze e di vizi.

La leggenda vuole che il principe si trovasse improvvisamente nel regno d'oltretomba a render conto a Dio delle sue azioni obbrobriose. E poiché in vita era solito correre il paese in groppa al suo destriero, seguito da una muta di cani rabbiosi che sguinzagliava a ogni momento dietro i sudditi innocenti, il conte Ruggero si trovò pure col cavallo e i fidi levrieri davanti alla porta dorata del Paradiso.

San Pietro, che passeggiava in qua e in là tenendo strette le Somme Chiavi, non poteva riaversi dallo stupore nel vedersi dinanzi uno spirito in simile tenuta e con tale seguito.

Le anime che venivano a lui erano sempre umili penitenti, completamente spoglie di umane parvenze, ricche soltanto di meriti. Invece, ecco venirgli incontro un cavaliere bello e sdegnoso che lo guatava dall'alto della cavalcatura e con qualche alterigia.

Il conte fu primo a parlare:

"Sareste voi il portinaio del Paradiso?".

"Di grazia, e per vostra norma, sono San Pietro ... ".

"Vada per San Pietro e le sue chiavi. Favorite schiudermi il portone ... ". "Piano, piano" rispose pacatamente il grande Apostolo. "Fuori le vostre carte d'identità".

"Le mie carte d'identità? I principi viaggiano senza documenti e senza

salvacondotti. Non dovreste ignorarlo".

San Pietro aggrottò le ciglia e pensò: 'Non mi mancheranno grattacapi con questo diavolo matricolato. Sarà meglio usare prudenza e cambiare tattica'.

"Il vostro nome, prego".

"Conte Ruggero di Cannero, signore di tutte le terre in riva al Verbano, della Valtravaglia e del Malcantone".

"Bene, bene, devo avvertire la Corte Suprema del vostro arrivo. Fate, col seguito, un mezzo giro verso il sole e aspettate".

Mentre il conte obbediva sdegnosamente al comando del Santo Portinaio, questi in un batter d'occhio aprì la porta dorata indi la chiuse a doppio giro di chiave. Tornò poco dopo con l'ambasciata:

"Conte Ruggero di Cannero, e con quel che segue, la Corte Suprema presieduta dall'Onnipotente, si rifiuta di giudicarvi. Voi avete in vita esercitato la giustizia sommaria, condannando i sudditi senza misericordia. Ora siete abbandonato al vostro destino. Andate a bussare alla porta del vostro collega Lucifero".

Il conte Ruggero ascoltò impassibile la strana sentenza e senza più volgere lo sguardo al santo Portinaio, sferzò il cavallo e scomparve nello spazio per sprofondare nelle tenebre del regno di Satana. Giunto al portone massiccio, annerito e crivellato da borchie infocate, stette ad aspettare. Sull'arco stava scritto: "Lasciate ogni speranza, o voi che entrate".

Comparve al limitare il guardiano: "Caron dimonio con gli occhi di bragia", che teneva stretto sotto il braccio un grosso volume. Egli chiese con voce cavernosa:

"Chi siete?". Al che il conte Ruggero ripeté nome e relativo codazzo di titoli.

Caronte approvò col capo, poi soggiunse:

"Guardiamo sul libro nero". L'aperse, lo sfogliò e stette a pescare in quel groviglio di nomi scritti a lettere di fuoco. Segnò col dito sotto la rubrica dei regnanti, dittatori e oppressori di popoli e disse:

"Ci siamo: Conte Ruggero di Cannero ecc. al quale rimarranno per sempre precluse le porte d'Averno per la ragione che egli ha superato Lucifero in astuzia e malvagità. Lo spirito delle tenebre non potrà mai soffrire, nel suo regno, il più temuto rivale, premendogli innanzi tutto il trono. S'invitano Caronte, Cerbero e Pluto a far eseguire detto mandato, qualora si presentasse l'anima del succitato conte Ruggero ... La sentenza è chiara come il sole. Vi lascio nella speranza che abbiate a trovare ospitalità al Purgatorio".

Ma il conte non pensava neppure di dirigersi in tale loco, sapeva di avervi mandato a migliaia le anime che, per morte violenta, furono strappate alla vita prima di aver espiate le loro colpe.

Il conte si mise a galoppare all'impazzata pieno di ira e di furore, attraverso cieli carichi di nuvoloni neri. A un tratto si vide sbarrata la via da un Angelo che gli intimò di fermarsi e spiegando una pergamena lesse:

"Il Giudice Supremo, visto che le tre porte dei regni d'oltre tomba ti vennero precluse, ti condanna a ritornare sulla terra, nel luogo de' tuoi misfatti. Vagherai sui flutti del Verbano, fra turbini e boati, percorrerai le strade in calpestio infernale, e trascinerai la muta ringhiosa nelle fosse della tua terra. Va, spirito maledetto e tormentato".

Avvenne così che il sinistro cavaliere si trovò nel castello avito già semidistrutto dai sudditi ribelli e di là iniziò la cavalcata sulle onde nelle notti tempestose e le corse impazzate sulle strade che risuonavano di calpestii frementi e incominciò a vagare nelle selve, mandando ululati con i mastini ringhiosi.

Quando nei paesi si udivano i segni invisibili del cavaliere maledetto, la gente si faceva il segno della croce, e i contadini incrociavano falci e martelli.

Da anni lo spirito tormentato del conte vagava senza tregua nel suo regno perduto, ove un giorno aveva seminato la strage e il terrore.

Ma finalmente un giorno venne la liberazione.

Sul monte Sette Termini, alla frontiera italosvizzera, viveva un eremita che godeva fama di santità. Egli ebbe pietà della sua terra travagliata dallo spirito del cavaliere maledetto. Un giorno prese la decisione di recarsi a piedi fino a Milano onde pregare San Carlo Borromeo di liberare i paesi dal malefizio.

Giunse alla metropoli lombarda affamato e ricoperto di polvere. Venne accolto con amore dal santo Arcivescovo che non sdegnò di mettersi in cammino con l'eremita per aiutarlo nell'opera pia. Giunti a Luino s'imbarcarono sopra una zattera e si diressero all'isola di Cannero là dove le mura sinistre del castello erano flagellate dalle onde. Sbarcati in una piccola insenatura, San Carlo raccolse alcuni sterpi e ne fece un bel fuoco, poi con un tizzone spento segnò tante croci sulle muraglie esterne e, mormorando preci e salmi, alzò la mano a benedire quelle ruine.

A un tratto si udì un rombo che scosse la rocca e un'ombra sinistra spiccò un salto dalla torre massima e andò a perdersi nei flutti.

San Carlo disse:

"Possano le acque del Verbano custodire nelle loro profondità e in eterno l'anima tormentata del cavaliere maledetto!".

Da quell'epoca né boati di acque in tempesta, né calpestio di focoso destriero, né ululati di cani affamati si fecero più sentire nelle notti serene di quelle terre.

Ma ancor oggi si segna un punto del lago, là dove venne ingoiato il cavalier fantasma ed è precisamente dove la Tresa sfocia nel Verbano. Si dice infatti che un mulinello trascini nei gorghi tutte le imbarcazioni che passano di là e non è più possibile trovarne traccia perché la corrente sotterranea continua fino al mare Adriatico.


Maria Cavallini Comisetti
Almanacco malcantonese e della bassa valle del Vedeggio, 1946


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