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La vendetta del pecoraio

In un tempo lontano sulla fiorente regione malcantonese persisteva una dannosa siccità che minacciava di tramutarsi in un vero flagello. Chi più ne soffriva era la parte alta del Malcantone che si vide prosciugati i torrenti, le fonti, i pozzi in modo impressionante. Gli alpigiani e i pastori del Lema e del Poncione di Breno non avevano più una goccia di acqua per dissetare le bestie; che cosa dovevano fare per non lasciarle morir di sete? Ecco che i pecorai del Poncione furon costretti a calare giù col gregge lungo la Magliasina dal letto asciutto, fino al Ceresio. Quelli del Rogoria e del Lema scendevano fino al laghetto di Sessa, ché a quel tempo il bacino di Astano non era che un piccolo stagno pure al secco. A sera quindi i pastori spingevan giù le mandrie dai sentieri boschivi e avveniva spesso che le bestie si sbandavano di qua e di là a brucare un ciuffo d'erba o una foglia di arbusto.

Una volta a un giovane pastore sfuggirono due pecore che andarono proprio a infilarsi in un cancello aperto e, ... quel che l'una fa, le altre fanno..., via tutte a brucare l'erba e i teneri germogli nella tenuta di un nobile signore di Sessa. Il povero ragazzo affannato spingeva di qua, cacciava di là, ma non poté impedire la malefatta. Andò al lago, dissetò le bestie e risalì all'alpe.

Il giorno seguente, quando il padrone della tenuta si rese conto del danno patito, con l'erba calpestata e gli arboscelli sfrondati, montò su tutte le furie: "Ah! quella maledetta razza di pecorai e montanari che vien giù a dissetar le mandrie non fa che portar rovina, li aggiusterò io per bene, il primo venuto la pagherà per tutti!".

E così fece.

Il primo pastore che a sera calò giù dal Lema era un vecchio col piccolo gregge. Inconscio di quel che l'aspettava, egli scendeva a mala pena dal sentiero scosceso, mentre le sue bestiole arse dalla sete si affrettavano senza brucar né a destra né a sinistra. Giunto in vicinanza della tenuta si arrestò impaurito alla vista di tre uomini armati di randelli e forche che sbucarono fuori improvvisamente a menar colpi feroci sul gregge spaurito, coadiuvati da grossi mastini facendo strage della mandria di Michele il pecoraio.

Come poteva difendere le sue bestiole, vecchio com'era? Purtroppo s'ebbe egli pure la sua parte di tortura. Scomparsi i brutti ceffi, poté ancora a stento rintracciare una pecora e una capra che si erano arrestate a mezza strada. Il vecchio pastore col cuore infranto, senza aver più il coraggio di guardare le sue care bestiole insanguinate distese sul pendìo, riprese la via del ritorno. Oramai la vendetta del nobile signore si era compiuta e poco tempo dopo cessò come per miracolo anche la siccità.

Michele, ritornato all'alpe con l'avanzo del piccolo gregge, sembrava un uomo finito; dopo aver rinchiuse nell'ovile le bestiole superstiti stette a guardare in basso lo specchio ceruleo del lago, si sentì gonfiare il cuore d'amarezza e pianse. Poi nel girare lo sguardo laggiù sul borgo riconobbe la torre del castello di colui che aveva decimato il suo armento e disse fra sé:

"Voglio essere vendicato".

E chiamò in aiuto il suo santo patrono:

"Per lo sterminio del mio gregge,

Per il vuoto del mio ovile,

Per il duol d'un povero pastore

Vendetta chiedo, o San Michele".

L'Arcangelo San Michele, udita la supplica del suo servo fedele, lasciò la celeste magione, sguainò la spada e venne proprio a posarsi sulle rocce che chiudevano il lago verso la Val Tresana. Allora comandò ai venti, alla Porlezzina di levante, e alla Cannobina di ponente, e subito le due correnti s'incontrarono, sollevando un turbine, una tempesta che rimosse il lago dal fondo, e lo sollevò in enormi cavalloni.

Poi l'Arcangelo San Michele conficcò la punta della spada sulla sommità della roccia che con immenso fragore si spaccò. Le acque del lago si precipitarono in un vortice verso l'apertura, spumeggiando sui dirupi per andare a trovar sfogo nella Tresa.

Così prosciugato il lago, non rimase, del grazioso bacino, che un fondo limaccioso tramutato in terreno palustre, malsano, che restò così per diversi secoli fino alla bonifica.

Proprio dalla spaccatura della roccia incomincia l'orrido della Pevereggia detto "Luvera"; poco lontano sta un gruppo di case con un vecchio mulino: è Busino (Monteggio) che significa buco, apertura, a ricordare la vendetta di un pecoraio, compiuta da San Michele Arcangelo.

 

Maria Cavallini Comisetti

Il Malcantone, n. 22, 1940


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