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Il banchetto interrotto

Il piano del Vedeggio con i pennacchi ondeggianti delle canne, i prati verzicanti, i campi dove il bruno della terra ancor predomina, le selve di screte sulle colline prone, tutto sorride al giovane che cammina da Agno a Muzzano.

Domani farà sua sposa la donna che ama; una gioia senza limiti lo trasfigura, così come questa primavera ancora acerba freme per le innumerevoli linfe.

Eccolo all'ossario, una costruzione bassa ed isolata. La conosce fin da bambino e sempre in questi ultimi mesi vi è passato davanti, andando ai dolci colloqui d'amore o tornando, ma non ha mai sostato con gli occhi sul piccolo edificio. Oggi forse perché contrasta con il suo stato d'animo, lo sguardo si ferma sui tre teschi murati sopra l'arco della porta. Anche sopra la finestrella stavano tre teschi: due sono caduti con gli anni; il terzo è intatto e sembra fissarlo con le vuote occhiaie.

"Oggi a me, domani a te" dice una scritta.

Il giovane l'ha letta altre volte senza raccapricciarsi, ma stamani lo colpisce, si passa una mano sulla fronte per levar via il pensiero lugubre:

"Il tuo augurio non è lieto" dice al teschio, e parlando ad alta voce si riprende e la lingua si fa ardita.

"Sono più buono di te" aggiunge "e ti invito al banchetto nuziale. Cerca di non mancare" motteggia ormai rassicurato, e ridendo promette: "se verrai da me, verrò con te".

Al banchetto di nozze numerosi sono i commensali; si festeggiano gli sposi mangiando e bevendo; l'orchestra suona per giocondare la festa anche se non ce n'è bisogno, perché ogni convitato ha una donna al fianco ed i discorsi spumeggiano, a volte arditi, ed il vino razzente del Vedeggio infonde rinnovata intraprendenza.

"Uno sconosciuto chiede di voi" dice un servo allo sposo. "Fallo entrare: brinderà anche lui".

Il servo esce, ritorna: "Pare abbia fretta" dice. "Non è nemmeno sceso da cavallo. Asserisce d'esser stato invitato".

Lo sposo guarda la sua donna, ride scrollando la testa, si alza incuriosito, attraversa la stanza, esce sulla strada.

Lo sconosciuto non scende da cavallo: un nero mantello con il bavero alzato lo copre dal mento ai piedi infilati nelle staffe; un cappellaccio gli ombreggia il viso giallo nel quale gli occhi sembrano due fori scuri. "Scuserai se non sono entrato" dice con voce cupa: i suoi denti sono scoperti come se le mascelle non fossero rivestite dalle labbra. "Le ombre non possono banchettare con i vivi".

Lo sposo ricorda e allibisce.

"Ho accettato il patto da te proposto e, come vedi, sono qui al banchetto di nozze. Monta in groppa, ora, e seguimi".

Il giovane deve ubbidire.

L'attende la sposa nella sala del convito, l'aspetta l'amore, ed è costretto a montare dietro il cavaliere, e non appena è in sella il cavallo parte in corsa sfrenata.

 

Tre volte il picchiotto batte sinistro e l'atrio a volta rimbomba. Chi può essere a mezzanotte?

La vecchietta si accomoda con una mano i capelli bianchi, rassetta lo scialletto sulle spalle, prende il lume ad olio, scende la scala. "Chi è?" domanda prima d'aprire.

"Apri, sono io".

"Chi?".

"Apri" insiste l'ignoto; la voce ha un timbro ansioso ed imperioso e la donna ubbidisce.

La luna verdastra e misteriosa illumina un giovane vestito alla foggia d'altri tempi, che senza indugio varca la soglia ed entra in casa da padrone. "Chi cercate?".

"La mia sposa".

"Quale sposa?",

Con un braccio costringe la vecchietta a scostarsi, dall'atrio va al corridoio, entra in una stanza, passa nell'altra, si dirige al salone delle feste. Deve ben conoscere la casa per muoversi così speditamente e pressoché al buio, perché la vecchietta con il lume fatica a seguirlo.

"Sono andati via tutti?" chiede desolato. "Ma chi cercate?".

"La mia sposa. L'ho lasciata a metà del banchetto".

La vecchia ricorda una vecchia conosciuta quando ella era bambina, che ogni sera vegliava sino a mezzanotte attendendo il ritorno della sposo andato via a cavallo con un forestiero, troncando il festino nuziale. "Sareste voi!" esclama. "Ma sono passati cento anni...".

Cento anni ha cavalcato senza sosta in groppa al cavallo nero, insieme al nero fantasma. Cento anni per monti e per valli di giorno e di notte, senza fermarsi mai, e poiché non ha potuto vivere è rimasto così come lo era quando montò in groppa alla mala bestia.

A che gli serve la giovinezza se la donna amata è vissuta attendendolo, vegliando fedelmente ogni notte, ed ora non c'è più?

 

A. Garobbio, Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni, Cappelli, Bologna 1969


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