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Il ratto di San Provino

In tutto il Cantone non v'era una statua di santo più veneranda e artistica di quella esistente nella vetusta chiesa di Agno. Era il busto di San Provino, scolpito in legno da un artista sconosciuto, uscito dalla gloriosa schiera dei maestri comacini e ben a ragione gli Agnesi ne erano fieri. Essi l'avevano collocato in una nicchia della cappella a destra, ornata di stucchi e chiusa da un vetro per meglio proteggerlo. Di là occhieggiava il profilo perfetto e severo del santo Vescovo e aspettava ogni anno, per la solita festa patronale, di uscire in trionfo per le vie del borgo, pavesato a festa.

Anche nel ridente villaggio di Morcote si venerava San Provino che a quei tempi troneggiava sull'altar maggiore dell'artistica chiesa, ma era un busto in legno così goffo e maltagliato da mano rozza che a guardarlo metteva paura. Una volta alla fiera di Agno era sorta una disputa fra tre Morcotesi e alcuni giovani della pieve a causa della statua di San Provino. Ognuno vantava il diritto di possedere un gioiello d'arte; incominciarono così con parole e beffe e finirono con pugni e ossa ammaccate. Terminata la fiera se ne parlò per giorni parecchi, poi tutto pareva dimenticato. Ma i Morcotesi protagonisti della rissa, tali erano il fabbriciere, il sagrestano e il becchino, non si davano pace. Quando guardavano il loro santo patrono così mingherlino e tutto tarlato e lo confrontavano con la superba statua di quelli di Agno, ne avevano il cuore pieno di amarezza e d'invidia. Una chiesa così bella baciata dal sole e che si specchiava nel lago era ben più degna di Agno di ospitare il San Provino, e insieme maturarono il disegno di rapirlo nottetempo.

Per meglio riuscire nell'impresa i tre compari scelsero una notte senza luna. Il sagrestano, che era anche pescatore, staccò la sua grande barca ancora carica di reti e vi fece salire i compagni. Vogarono al largo lungo la riva di Brusimpiano e poi puntarono sul golfo di Caslano.

La notte era placida; non tremolava una stella, poiché un leggero velo di nebbia copriva il cielo. Le colline intorno proiettavano la loro ombra sul lago e gli alberi, nello specchio d'acqua, sembravano immensi polipi, pronti ad afferrare l'imbarcazione. Ma i Morcotesi non erano codardi, soltanto l'idea della strana spedizione che avevano intrapreso metteva loro in cuore una certa ansietà; ma il pensiero della chiesuola, priva di una degna statua, li rassicurava. In poco tempo giunsero in un'insenatura detta del Vallone, sbarcarono in silenzio, dopo aver assicurata la barca a un tronco di salice. Attraversarono i prati costeggianti affondando nel terreno palustre, poi presero i sentieri dietro la collina che sovrasta Agno. Sotto stavano le belle case allineate sulla strada maestra, non brillava un lume; più in alto si staccava la sagoma candida della Collegiata col vecchio campanile.

In breve i tre messeri sgattaiolarono dietro le ultime case ed eccoli sullo spazioso sagrato. Addossata alla chiesa sporgeva la sacristia col suo tetto basso; non era quindi impresa difficile scalarla. Il pescatore, alto, nerboruto, si appoggiò al muro, il becchino saltò su quelle spalle d'Ercole. Egli che era di professione lattoniere, uso a passeggiare su tetti e gronde, come un agile acrobata si trovò in men che non si dica sulla finestrina della sacristia, e di là in un balzo fu sul tetto. La torre campanaria si elevava a sinistra e a un metro di altezza offriva la sua comoda apertura ogivale. Il nostro piccolo scalatore si arrampicò sull'orlo a scrutare. Era buio pesto. Onde orizzontarsi tastò con le mani nel vuoto e per fortuna toccò legno: era senza dubbio la scaletta che saliva alla sommità della torre. Con grande cautela cercò un punto d'appoggio e per caso si trovò sopra un gradino. I suoi occhi s'abituarono presto all'oscurità; badava di non urtare le corde che penzolavano dall'alto e con grande precauzione scese la stretta scala. Arrivato in fondo, per quell'aria umida, ebbe l'impressione di trovarsi rinchiuso in una prigione; mormorò fra sè:

"Beati gli altri due che se ne stanno addossati alla muraglia a contemplare le stelle!".

Tastò i muri sgretolati e freddi, finalmente incontrò la porta, n'ebbe tra le mani il catenaccio, lo tirò pian piano ed eccolo nella vasta chiesa che odorava di incenso. Di fronte, il lucignolo della lampada a olio tremolava e lasciava appena intravedere l'angelo estatico che con un dito additava il Santo tabernacolo.

Al piccolo parve che quel dito fosse rivolto a lui e dicesse:

"Ecco o Signore quel sacrilego che entra nel tuo tempio per svaligiarlo".

Si arrestò impaurito; pensava: e se davvero Domineddio lo castigava, fulminandolo come si leggeva nelle vecchie storie? Ma che fulmine, ma che sacrilegio, non veniva forse a compiere un'opera pia, portando in luogo più degno il bel San Provino che lasciava la sua nicchia umida e scura per l'altar maggiore della chiesa soleggiata di Morcote? Così, parlando fra sè, arrivò alla cappella; in un salto fu sull'altare, spostò i candelabri e le "palme" di fiori artificiali, aprì non senza fatica la vetrina della nicchia e, mormorando "Iddio mi perdoni", si prese sotto il braccio la statua e a tastoni raggiunse la porta del campanile. Salì con cautela i gradini che scricchiolarono sotto il doppio peso, udì uno sbattere d'ali, erano i pipistrelli spauriti che fuggivano dalle aperture (segno di malaugurio). Legò una corda al busto del santo e lo calò pian piano sul tetto della sacrestia, si sporse sulla gronda a chiamare sommessamente:

"Ehi, compagni, son qua, attenzione".

Calò di nuovo il venerando fardello, indi scivolò sulla spalla del compagno, mise piede a terra, ansante e trafelato, esclamando:

"Per tutti i santi, mai più ruberò in una chiesa!". Tirò il fiato e poi disse: "Ora andiamo".

Non avevano fatto una ventina di passi che un primo tocco di campane li fece sussultare; credettero al segno di dopo mezzanotte; macché, le campane ripresero a suonare più forte e poi, tutte in coro, a scampanare a martello. Rabbrividirono, assaliti dal panico se la diedero a gambe, ma già in fondo al paese le finestre delle case andavano illuminandosi; udirono un calpestìo di zoccoli sul selciato e un vocìo insolito che si perdeva nella notte silenziosa.

I tre mariuoli si videro perduti: inutile tentare di raggiungere la riva per caricare la statua sulla barca. Giunti presso il Vallone scorsero una catasta di legna, proprio vicino alla vecchia fornace. Al colosso venne un'idea luminosa, quella di mettere la statua sulla catasta e di darle il fuoco, così se non portavano alla loro chiesa il bel San Provino, anche quelli di Agno non l'avrebbero più riveduto. Appiccarono il fuoco e in un balzo furono alla riva, staccarono la barca e si misero a vogare a forza di braccia. Il lago era ancora avvolto nella nebbia.

Intanto tutto il paese allarmato era in piedi, i più vicini alla chiesa si erano resi conto che qualcosa di straordinario era capitato lassù. In piazza il sagrastano semi vestito vociava:

"Brucia la Collegiata".

"Ma come, non sei tu che tiri le corde?" gli chiese una donna. "Sarà sua moglie" disse qualcuno.

"Niente corde, niente moglie, deve essere il nostro priore che suona le

campane".

Invece sul sagrato stava il vecchio venerando a gesticolare: "Il miracolo, il miracolo, le campane suonano da sè ... ".

"Ma che cosa è successo?".

"Hanno rubato il nostro San Provino".

"Ah, che disgrazia, che calamità!".

"Ma andate a vedere, in nome di Dio!" diceva il buon priore che così carico di anni tremava tutto e aveva le lacrime agli occhi.

Il sagrestano voleva acciuffare i malandrini e stritolarli sul posto, ma con quel dolore sciatico, non poteva far due passi senza gemere. Sopravvennero due donne, scarmigliate, discinte a gridare: "Brucia al Vallone!".

Allora via tutti da quella parte. Infatti lingue di fuoco si elevavano al cielo, una colonna di fumo e odor di bruciaticcio si spandeva attorno. Quando i primi Agnesi giunsero al Vallone, videro con terrore la catasta di legna in fiamme: queste avvolgevano la statua di San Provino; ma, strana cosa, le lingue di fuoco lambivano il santo tutt'attorno, che rimaneva eretto, come sospeso sul rogo. Crollarono le ultime fascine e la statua del santo rimase illesa in mezzo al bracere. Certo essa aveva perduto lo splendore dell'oro che la ricopriva, era completamente annerita. Tutti si inginocchiarono a pregare finché il priore, che si era trascinato a stento sul luogo, noncurante dei tizzoni accesi, preso il busto del santo, lo confidò al più robusto giovine che si vide accanto. Indi la folla, commossa, si avviò in processione alla chiesa al canto solenne del "Te Deum".

Dietro l'ultima fila di quella turba che accompagnava San Provino alla vecchia dimora, venivano anche i giovani che l'anno prima avevano disputato coi morcotesi riguardo la statua del santo. Un vecchio barbuto chiese piano: "Ma chi mai può aver commesso tale misfatto?".

Il più anziano dei litiganti sussurrò ai vicini:

"Ve lo dirò io, il nome dei furfanti: sono i Morcotesi che da tempo avevano messo gli occhi addosso alla nostra bella statua e la gelosia, sapete, fa commettere tante malvagità. Ma che niuno di loro metta piede sul territorio di Agno, se ciò avvenisse lo bruceremo vivo sul rogo al medesimo posto dove han voluto distruggere il nostro patrono!".

La tradizione non dice se i Morcotesi ebbero a subire la vendetta e la ferocia di quei pievani, ma sta il fatto che da allora San Provino rimase con quella patina di fuliggine sul venerato corpo. Pure da quel tempo gli Agnesi fecero demolire l'antica torre campanaria per costruirne un'altra distaccata dalla chiesa, onde impedire nuovi assalti alloro patrimonio artistico!

 

Maria Cavallini Comisetti

Corriere del Ticino, 11 marzo 1939


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