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Tri de pee e dii de cò

Su, per questa volta basta, andate a letto!, disse fra' Ghino, grattandosi la pancia sotto il saio bisunto, che sapeva come sempre d'aglio e cipolla. Anche quella sera un gruppetto di donne e di ragazze s'eran riunite per spannocchiare sotto il portico del convento di Caslano, ma il mucchio di granturco non finiva mai. Eppure di storie se n'eran già sentite tante: di miracoli e di streghe, di tinche giganti e di poveri morti.

Fuori tutto era silenzio. Il vento dal lago si era calmato; e l'odore dell'erba secca, infilandosi fra i vicoli del villaggio con gli stridi d'un gabbiano tiratardi, parlava d'un inverno ormai vicino. Davanti a una luna bianchissima passava, sfilacciandosi all'improvviso, una nuvolona nera.

"Su, su... a nanna!" insistette il vecchio frate, "voi non siete furbe come la povera Maria!".

"Già, già... " fecero le donne, che quel racconto lo sapevano a memoria, per averlo sentito tante volte quanti erano i peli della barbaccia di fra' Ghino.

"Ma perché era furba la Maria?" chiese invece sgranando due occhioni neri alla luce gialla e tremolante della lanterna la piccola Teresìn, mentre le sue mani veloci facevano crocchiare i cartocci.

"Beh, ehm... però questa è l'ultima, neh?" rispose il frate, rovesciando all'indietro la testa e dandosi l'ennesima, rumorosa grattatina fra i peli del collo.

"Dovete sapere che, tanto ma tanto tempo fa, a una povera donna proprio di qui era annegato il marito, per un colpo di 'marino' che gli aveva rovesciato la barca davanti a Morcote. La barca, a pancia in su, l'avevan poi trovata; ma il poveretto, le reti e il pesce no. Così alla Maria eran rimasti cinque marmocchi da tirar grandi, e il debito delle reti nuove da pagare. Quella sera, ed era la vigilia dell'Epifania, che è un giorno da dare tutto a Nostro Signore, la vedova Maria era molto preoccupata per la salute del suo figliolo maggiore. La febbre non gli passava da molti giorni e l'acqua del 'funtanìn', l'acqua che aveva guarito tanti bambini, non era servita a nulla. Ogni mattina se n'era portata a casa un secchio colmo, andandola a cercare là dove sgorga fresca dal Sassalto, in fondo al paese; attenta, attenta a non scivolare sulla stradina ghiacciata... ".

Ora anche le donne stavano a sentire, e le mani correvano meno leste alle pannocchie. Intanto perché quel fratello laico, mandato lì tanti anni prima dagli agostiniani del monastero di Torello affinché aiutasse le monache francescane ad occuparsi dei campi e della stalla, le vecchie storie le raccontava davvero bene; poi perché quella del figlio malato non l'avevano mai sentita. Anzi, quella bisbetica d'una Cèca stava quasi per chiedergli se la contasse proprio giusta. Ma il fratone riprese:

"Dunque, la Maria se ne stava al caldo nella stalla e filava e filava, pensando che il giorno dopo avrebbe fatto suonare il campanone di San Cristoforo, e invece dei Re Magi il vecchio dottore sarebbe venuto da Magliaso a cavallo; e questo le sarebbe costato i suoi due ultimi capponi. A meno che altra neve fosse caduta, e allora... Tutta presa da questi pensieri, la povera Maria non prestò molta attenzione ai rintocchi di mezzanotte, dopo i quali, almeno quella sera, ogni buon cristiano doveva cessare il suo lavoro e prepararsi a offrire al Signore il giorno che stava per cominciare. Udì invece benissirno bussare all'uscio della stalla e, come aprì, si trovò dinnanzi un ometto curvo, intabarrato e incappucciato, che con voce lamentevole le chiese di potersi riscaldare un momento prima di riprendere il viaggio. Maria, che in fondo aveva buon cuore, gl'indicò un mucchio di fieno e ricominciò a filare, a filare. Ma lo sguardo luccicante di due occhi che la fissavano dal buio del fondo della stalletta la innervosiva al punto che la rocca le sfuggì di mano. Chinatasi a raccattarla, vide spuntare dal lungo tabarro dello sconosciuto due orribili, lerce, unghiute zampe d'oca! Al suo urlo rispose la sghignazzata di Belzebù in persona, che si drizzò tendendo due manacce pelose per afferrarla. Eh, come saprete, il diavolo che si traveste non riesce mai a trasformarsi per intero: pazienza per le corna che può nascondere sotto un cappellaccio, e per la coda che può infilarsi nei pantaloni, ma le zampe di becco, di papero o di pipistrello non ci son stivali che le voglian ricevere! Fatto sta che, mentre il principe delle tenebre si liberava del suo ampio e nero mantello foderato di rosso che lo impacciava, la nostra Maria si era rinchiusa nello stanzone dove faceva un po' di cucina e dove, allineati su di un saccone, dormivano i suoi cinque bimbetti. Nella stalla intanto il diavolo faceva uno strepito d'inferno, svegliando i fratellini che, insonnoliti, cominciarono a piagnucolare come gattini. Maria vedeva benissimo che dalle sue zampacce venute a ghermirla, per non aver rispettato il santo riposo dell'Epifania, la separavano solo tre alti gradini e una malandata porticella, ma non sapeva proprio che fare. A quel momento, un passo pesante fece scricchiolare il primo gradino e una voce tremenda annunciò:

"Maria, sum sül primm!".

La poveretta tremava, batteva i denti. Quando, dopo un altro tonfo, il Maligno abbaiò:

"Maria, sum sül segùnt!".

I bambini piangevano ora disperati, il vento fischiava e la neve ghiacciata batteva contro la finestrella; ma più rumoroso si udiva il respiro ansante della Bestia là fuori. E l'urlo vittorioso:

"Maria, sum sül terz!".

Allora Maria afferrò lesta i cinque figli e li dispose sul saccone, tre in fondo e due in capo al giaciglio, sdraiandosi poi al centro delle sue innocenti creature. Con un gran colpo, che parve lo scoppio d'un tuono, la porta si spalancò; ma la voce di Maria, un po' malferma per la verità, si fece allora sentire: "Tri de pee e dü de cò, de pagüra mi nu g' n'ho!".

Vistosi così beffato, il grande tentatore se ne andò furiosissimo, lasciando un gran puzzo di bruciaticcio, di fumo e d'uovo marcio... E ora, per la barba di Satanasso, andatevene a letto anche voi!" concluse fra' Ghino, grattandosi il petto con un ampio gesto, che parve una benedizione.

La Teresìn non se lo fece ripetere due volte: prese le zoccolette in mano, corse a perdifiato a casa e si tuffò nel suo lettuccio. Poco dopo, al tumtum del suo cuore faceva eco il toctoc del tarlo, "l'orologio dei morti", che chiamava la sua femmina nei cunicoli misteriosi del travone. Contando con le manine strette al petto, la bimba recitò le dieci avemmarie. Poi ricominciò per paura d'essersi sbagliata. Una sola volta, però.

 

Domenico Bonini

Il Meraviglioso, Mauro Luraschi di Muzzano


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