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I tre orchi e la principessa

Un tempo, tanti secoli fa, alle pendici del monte Lema vi era un regno felice e prospero e a Miglieglia si trovava il castello del Re di quelle terre. Questo Re era un brav'uomo che regnava con serenità e giustizia ed i suoi sudditi erano contenti di lui.

Il re era vedovo con una figlia: la principessina Carolina. Una fanciulla buona, bella e delicata, dai lunghi capelli d'oro e i grandi occhi verdi sognanti, essa però era sempre un poco triste. Sentiva la mancanza della madre. La gente l'amava e avrebbe voluto che il Re si risposasse così da dare una matrigna alla ragazza. Ma sembrava che nessuna donna attirasse l'attenzione del sovrano. Un giorno d'estate mentre il Re, tutto solo se ne andava a caccia nei boschi sulla montagna scoppiò un gran temporale. Sotto la pioggia scrosciante il Re cercò rifugio ed ecco un lume comparire tra gli alberi. Seguendolo il re raggiunse una grande capanna, misera ed in cattive condizioni, ma pur sempre un riparo dalla furia della tempesta. L'interno della capanna si presentava di un disordine ed una sporcizia indescrivibili, ma in fondo vi era un bel camino acceso e a lato del camino sedeva una donna di una bellezza straordinaria: il viso enigmatico e bellissimo dai profondi occhi neri, era incorniciato da lunghi capelli scuri come ala di corvo, il corpo statuario era avvolto da un vestito povero ma dignitoso anch' esso del colore della notte la cui scollatura generosa faceva risaltare il candore della pelle del seno perfetto.

Vederla ed innamorarsene fu tutt'uno per il Re, da troppo tempo solo.

Così quando tornò a splendere il sole il Re giunse a palazzo tenendo per mano quella bellissima donna misteriosa, tra lo stupore dei cortigiani che non avevano mai immaginato che nella loro terra potesse esistere una tale bellezza. Pochi giorni dopo si celebrarono le nozze ed il regno ebbe la sua nuova regina. La principessa Carolina accolse con gioia la matrigna e, pur trovandola un poco fredda e severa, cercò di affezionarcisi.

Per i primi mesi tutto sembrò filare nel migliore dei modi: il Re era innamoratissimo della nuova moglie (che aveva detto di chiamarsi Corvina e di non avere nessuno al mondo) e accecato dal suo amore piano piano andò rimbambendosi come un ragazzo al suo primo amoretto, anzi peggio. Dimenticò i suoi doveri di Re e Corvina si impossessò del potere scacciando i buoni ministri e sostituendoli con i peggiori manigoldi del paese che obbedivano ai suoi ordini scellerati. Rapace e avida di ricchezze, Corvina aumentò le tasse, impose balzelli ingiusti ed in breve ridusse in miseria i suoi sudditi.

A peggiorare le cose da quando Corvina aveva preso il potere i tre orchi che vivevano nelle grotte sulla vetta del Lema, Nasone, Orecchioni e Mentone, tre bestioni enormi e dotati di forza mostruosa pari alla loro cattiveria, calavano ogni notte di luna piena sui villaggi del regno rubando bestiame, saccheggiando magazzini e cantine e (cosa peggiore) quando ci riuscivano rapendo bambini per cibarsene (si sa che gli orchi sono cannibali). Una volta i soldati del Re riuscivano a tenere questi tre mostri relegati sulla loro montagna, ma la prima cosa che ordinò Corvina fu di licenziare i soldati e rimandarli a casa ed ora il paese era terrorizzato e più nessuno osava uscire di casa la sera.

La principessina aveva saputo della triste situazione in cui versava il suo regno ed all'inizio credette che la gente esagerasse, ma poi si convinse che le lamentele erano giuste e si precipitò da suo padre per convincerlo ad intervenire. "Babbo, Maestà...  iniziò Carolina tutta emozionata  il popolo si lamenta delle tasse ingiuste... in effetti è ridotto in miseria!"

"Figlia mia, il popolo è esagerato, si lamenta sempre... "

Corvina abbracciando stretto stretto il Re intervenne: "Cosa ne sai tu, giovane quale sei, delle faccende di stato! La gente del volgo piange miseria per non pagare il dovuto e va in giro stracciata e poi nasconde i soldi sotto il materasso per far festa di nascosto! Stan bene, stan bene non ti preoccupare... "

"Ma padre mio... "

Il Re era evidentemente scocciato: "Senti figlia, non occuparti di queste cose che c'è già la regina che ci pensa... e così io ho più tempo libero per occuparmi di lei, vero miciotta mia!"

E si mise a sbaciucchiare Corvina con ardore. "Ma almeno richiama in servizio i soldati... "

"Macchè soldati! Siamo pacifisti noi! E poi i re nostri vicini sono tutti amici" esclamò Corvina decisa.

"E gli orchi del Lema allora?" strillò la principessa tra le lacrime.

Il Re infuriato di essere stato disturbato mentre amoreggiava con la regina si alzò e urlò: "Gli orchi non esistono! Sono tutte menzogne messe in giro da chi odia la mia Corvina... ora vai e rinchiuditi nella camera della torre e non uscire più fino a nuovo ordine!".

Carolina piangente si trasferì nella camera della torre e quella notte pianse fino all'alba. Passarono i giorni, tristi e noiosi, e la principessa decise di fuggire e rifugiarsi

presso la sua vecchia balia, chiamò un paggio di cui si fidava e con il suo aiuto al calare delle tenebre lasciò il castello e raggiunse il paese.

Gli sembrò strano che in tutte le case porte e finestre fossero sbarrate e solo una lieve luce spuntasse da sotto le imposte... nonostante fosse ancora presto non vi era in giro anima viva. Giunta alla casetta della sua balia bussò. Nessuna risposta. Ribussò... niente... chiamò, gridò ed ecco aprirsi uno sportellino sull'uscio:

"Chi è?" spuntò il viso della vecchietta e subito la porta si aprì.

Carolina piangendo spiegò tutto alla buona donna che, dopo averla abbracciata e consolata, le disse: "Resta pure con me, ma ti prego fa sapere a tuo padre che sei qui al sicuro... non lo fare stare in pensiero... In fondo non credo sia così trasformato da non voler bene più a sua figlia".

Così la principessina scrisse un biglietto tranquillizzante a suo padre dicendogli di non stare in pensiero, di perdonarla, e che era a casa della sua balia. Lo affidò ad un mercante e lo pregò di portarlo al castello. Al castello il mercante chiese di vedere il Re al quale doveva consegnare il messaggio. Purtroppo in quel momento vicino al portone si trovava Corvina che fattasi consegnare il biglietto per darlo al Re, lo lesse ed ebbe subito un idea. Quello stesso pomeriggio, salita a cavallo, la donna prese il sentiero del monte Lema e salì fino alle grotte, sotto la vetta.

"Sorellina! Che piacere vederti di nuovo!" ruggì l'orco Nasone quando la vide

"Venite fratelli, venite è tornata Corvina!"

Dovete sapere che Corvina in realtà era una bruttissima strega, sorella dei tre orchi malvagi che solo una potente magia aveva trasformato in bellissima donna.

"Se volete continuare a saccheggiare il paese dovete farmi un piacere...  disse Corvina ai suoi fratelli  al prossimo plenilunio rapite la principessa che è andata ad abitare nell'ultima casupola del paese... c'è solo la vecchia balia con lei... "

"Sarai ubbidita sorellina... e della ragazza cosa ne dobbiamo fare?"

"Fatene quel che volete, tenetela come serva, uccidetela... divoratela... l'im

portante è che mai più torni dal Re suo padre!"

"Non ti preoccupare...  sussurrò Mentone leccandosi le labbra  la costringeremo a scegliere uno di noi come marito e poi sarà nostra schiava per sempre!"

Luna piena. I tre orchi calarono dalla montagna e giunti a casa della balia scardinarono la porta, riempirono di botte la povera vecchia e rapirono la principessa Carolina, trascinandola sulla montagna, nella loro grotta. Là la incatenarono con un collare al collo, come un cane. La poveretta si vide perduta. Ora dovete sapere che al di là della montagna, a Centocampi, viveva un ragazzo orfano, biondo, basso e magrolino. Giacomino di nome e Mino di soprannome, che stufo di fare il servo di stalla per pochi soldi aveva deciso di andare a cercare fortuna. Così preso con sé un fagottino con le sue poche cose ed il suo flauto che sapeva suonare con maestria e da cui non si separava mai, si incamminò sul sentiero e cammina che ti cammina, suonando ora una canzoncina allegra ora una triste a secondo dell'umore, giunse nei boschi che circondano il monte Lema.

D'un tratto comparve sul sentiero un gigantesco orco con un gran sacco pieno di cibo in spalla, era Orecchione di ritorno dall'avere saccheggiato una fattoria. "Buona sera" disse educatamente il ragazzo tenendosi prudentemente a distanza. L'orco si fermò, strizzò gli occhi iniettati di sangue e fissò il ragazzo: "Che brutto nano!" esclamò.

"Non sono un nano, sono un ragazzo."

"Che brutto ragazzo, che orecchie orribili e schifosamente piccole che hai! Guarda le mie come sono belle e grandi! Mi arrivano sulle spalle! Sono certo che la principessa prenderà me come marito estasiata dalle mie belle orecchie" e detto questo agitò le enormi orecchie che parevano quelle di un elefante. "Mi contento di come sono  concluse Mino  Ad ogni modo quale principessa?"

"Ti piacerebbe saperlo! Se chiamo mia sorella Corvina con un incantesimo ti trasformerebbe in merlo! Ma sei così bruttino che ti lascio andare... Oh, se vedi un altro orco digli che sono tornato alla grotta".

E con un gran fracasso di rami rotti Orecchione scomparve nel bosco.

Mino proseguì e giunto al ruscello si sedette a riposare quando ecco spuntare un orco spaventoso con un orribile nasone grande come una ciminiera e pieno di brufoli. Era Nasone.

"Buona sera" salutò educatamente Giacomino. "Che brutto gnomo!" esclamò l'orco con disprezzo.

"Non sono un gnomo ... sono un ragazzo."

''Allora, che brutto ragazzo che sei con quel nasino piccolissimo come fai a respirare ed a odorare? Guarda il mio bellissimo, stupendo, enorme naso... stai morendo d'invidia vero? Con questo naso sedurrò certamente la principessa!"

"Mi basta il mio nasino... "

"Scemo... non rispondere! Se avessi tempo ti porterei da Corvina che ti trasformerebbe in corvo ... ma ho fretta. Hai visto Orecchione?"

"Sì... era di corsa ha detto che andava ad una grotta... "

"Ah! La nostra grotta vicino alla cascata... ciao, bruttone!"

Il ragazzo riprese la strada, ma non aveva fatto cento passi che si vide rotolare addosso due quintali d'orco! Era Mentone!

Mino si rialzò e spolverò e poi: "Buona sera".

"Che brutto e piccolo folletto!"

"Non sono un folletto sono un ragazzo!"

"Che brutto ragazzo! che mento piccolo!  e l'orco sporse in avanti la spaventosa mascellona che pareva una madia  vedi come deve essere un bel mento! Così come il mio! Sono certo che la principessa s'innamorerà del mio mento e lo coprirà di baci!"

"lo mi piaccio come sono..."

"Contento te! Bruttissimo cosino! Hai visto altri orchi per caso?"

"Sì, due, hanno detto che andavano alla grotta della cascata... "

"Casa nostra! La nostra grotta sotto la vetta del monte! Vorrei chiamare mia sorella che ti tramuterebbe in cornacchia, ma non ho tempo, sarà per un' altra volta!"

E Mentone corse via.

Mino pensò: "Una principessa è prigioniera di questi mostri, ormai questi sciocchi mi hanno detto dov'è la loro casa... non posso stare senza far nulla... cercherò di trovare la grotta e liberare la principessa!"

Questo perché, se non l'avete ancora capito, Mino era un ragazzo coraggiosissimo, accorto e amante dell' avventura.

Così si arrampicò sul Lema e giunto sulla vetta, senza farsi vedere, strisciando tra i cespugli seguendo il suono della cascata, trovò l'enorme grotta che serviva da casa agli orchi.

Tenendosi nell'ombra, contro la parete di roccia, il ragazzo entrò e strisciò fino alla gabbia dove gli orchi tenevano imprigionata la povera principessa.

"Ssssssh...  mormorò alla fanciulla  sono qui per salvarti... non dire niente... "

La ragazza si girò e soffocando un grido di sorpresa lo fissò con occhi umidi di lacrime e, attraverso le sbarre, gli strinse dolcemente le mani. In quel momento si udì lo scalpitio di un cavallo che entrava nella grotta.

Il ragazzo scivolò lesto tra gli avanzi puzzolenti di cibo, gli stracci e le carabattole e visto un baule vuoto sul fondo della caverna si sistemò lì dentro, chiudendo il coperchio su di sé.

Corvina scese da cavallo e chiamati i suoi fratelli orchi così li apostrofò:

"Uno di voi si sbrighi a convincere la principessa a maritarlo, così poi io con un incantesimo trasformerò quel cretino di Re in una lepre e noi saremo i padroni del regno e i suoi abitanti saranno i nostri schiavi".

"Sì... sì... sì" urlarono in coro gli orchi saltellando estasiati alla bella prospettiva. Quando Corvina se ne fu andata, gli orchi si ritirarono sul fondo della grotta e presero a bere e mangiare. Nasone, la pancia piena da scoppiare, si sedette proprio sulla cassa dentro la quale stava nascosto Mino "Siamo proprio forti... " Esclamò "E terribili..." Continuò Orecchione "Invincibili e immortali!" concluse Mentone. "No! Quello no!  riprese Nasone dandogli una sberla affettuosa  Hai dimenticato la formula magica segreta?" Orecchione abbassò la voce in modo che la principessa in fondo alla grotta non sentisse "Quella che fa: vento ventone porta via Orecchione, Nasone e Mentone?" "Sì, proprio quella... se essa è detta da una persona di cuore buono e puro stringendo il cuore in mano allora è la nostra fine!" Mino da dentro la cassa fece tesoro della notizia. Poi pensò: "Ma cosa vuol dire stringere il cuore in mano?"

Verso l'alba gli orchi dormivano della grossa ed egli uscì dalla cassa e strisciò dalla principessa. In silenzio le prese la mano e la consolò, i due giovani se ne stettero così mano nella mano guardandosi negli occhi per ore e si innamorarono l'uno dell'altra. "Ora vado a cercare aiuto... forse troverò qualcuno... o aspetterò che gli orchi sono via e tornerò a liberarti... non so come ma ci riuscirò!" Lei assentì e togliendosi la catenina con ciondolo dal collo gliela porse: "É un regalo della mia balia... tienila... ti porterà fortuna... "

Mino strisciò verso l'uscita ma inciampò in un secchia: Talan talan fece il secchio rotolando "Chi diavolo c'è?" Urlò Nasone svegliandosi ed i tre orchi si precipitarono dietro Mino che già fuggiva nel bosco.

In breve tempo lo raggiunsero e stavano per balzargli addosso e sbranarlo quando il ragazzo urlò con la forza della disperazione: "Vento ventone porta via Orecchione, Nasone e Mentone". Subito si fece buio ed un terribile uragano si formò come una tromba d'aria che sollevò gli orchi e li portò sù, su nel cielo. Quindi il cielo si rischiarò e gli orchi ricaddero a terra sfracellandosi sulle rocce. Mino guardò gli orchi morti "Ma come è possibile  si chiese  io non tenevo il cuore in mano!" Aprì la mano e vide invece che il ciondolo della catenina della principessa che stringeva da che era fuggito dalla grotta era un cristallo scolpito a forma di cuore!

Liberò dalla gabbia la principessa Carolina e i due giovani, presisi per mano, si diressero verso la vallata di Miglieglia, verso il castello.

Il re stava adagiato come un bambinone viziato in grembo a Corvina, che lo imboccava di cioccolatini dicendogli paroline dolci, quando comparvero nel salone la principessa Carolina e Mino.

Corvina sobbalzò e gridò: "Guardie... arrestate la principessa!" dimenticandosi che proprio su suo ordine erano stati licenziati tutti i soldati e così al suo grido non comparve nessuno.

"I tuoi fratelli orchi sono morti... risparmiati la fatica di cercarli, sappiamo tutto, strega!" esclamò Mino tranquillo guardandola negli occhi.

"Quali orchi? Che streghe? Di cosa parlate?" fece il Re più rimbambito che mai. Corvina si alzò e stese le braccia in avanti per fare una magia: "Aratix... garnitox... che per la forza delle forze del male... " stava lentamente sibilando la frase magica che avrebbe trasformato i due ragazzi in cornacchie!

Ma più lesto di lei Mino urlò: "Vento ventone porta via tutte le stregone!" e stringeva forte in mano il cuoricino di cristallo.

Si oscurò il cielo e un turbine nero come la pece entrando dalle finestre spalancate avvolse il corpo di Corvina che urlava e si dibatteva. La tromba d'aria la sollevò in cielo, tra le nuvole, poi le ombre si dissolsero e il corpo della strega si sfracellò precipitando nel fossato.

Con la morte di Corvina scomparve anche la sua magia nefasta: il Re si svegliò come da un brutto sogno, tornò ad essere la brava e giusta persona di una volta. La principessa gli raccontò tutto quello che era successo perché egli non rammentava niente di quel periodo durante il quale era rimasto stregato da Corvina. In breve il regno fu sistemato come una volta e ritornò il paese felice di un tempo. La principessa Carolina sposò Mino e, molti anni dopo quando ormai gli sposi avevano già tanti figli, alla morte del vecchio sovrano essi divennero Re e Regina con grande gioia di tutto il popolo.

 

Corbella Roberto, Fiabe prealpine


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