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Il mulino Tendor

C'era una volta, tanti secoli fa, un vetusto mulino. Era un mulino in gamba ed apparteneva di generazione in generazione alla stessa famiglia: i Tendor. L'ultimo dei Tendor era un uomo di mezza età, capace lavoratore, ma caparbio, avaro e poco religioso. Le macine e le ruote del suo mulino non avevano mai tregua, nemmeno la domenica, neppure a Natale e a Pasqua. Si rimproverava a mastro Vincenzo quella sua mancanza di rispetto alla legge di Dio, alle pie consuetudini dei paesi, soprattutto a Natale, festa sacra al mondo intero. Mastro Vincenzo aveva il cuore duro; accecato dalla sete di guadagno, non vedeva che l'interesse suo, ossia il maledetto denaro.

Un anno, la vigilia di Natale, mentre la gente del paese si preparava per recarsi alla messa di mezzanotte, mentre le campane festose echeggiavano nella valle, mastro Vincenzo non fermò le macine del mulino per unirsi ai compaesani che salivano l'erta verso la chiesa issata sul poggio. Egli continuò pacifico il suo lavoro poi si coricò sopra un giaciglio a lato dello stanzone delle macine, contento che le ruote giravano e i congegni stritolavano il grano.

Ma, prima che scoccasse la mezzanotte, quando uno scampanio festoso dava il segno della Santa Messa, egli fu scosso dal sonno da un sordo boato che fece tremare il mulino fino alle fondamenta.

Il mugnaio si alzò brontolando per constatare che cosa succedeva a un'ora così insolita e vide le macine immote. Mentre le campane di tutte le chiese effondevano nella notte stellata il canto di giubilo: "Pace agli uomini di buona volontà", il mugnaio bestemmiando uscì all'aperto per risalire la gora, là dove i canaletti immettevano l'acqua alle ruote. La notte era chiara, fissò con gli occhi grifagni la grande ruota ferma e con grande stupore vi scorse a cavaliere una strana figura: aguzzò gli occhi. Dannazione! Belzebù sedeva con le gambe allargate sul perno. Proprio il diavolo in persona con l'enorme coda attorcigliata, le corna appuntite, gli occhi di fuoco, nero come il carbone. Mastro Vincenzo allibito non emise un tono, non gridò, ma cominciò ad essere scosso da un tremito convulso. Poco mancò che non cadesse nella roggìa.

Intanto Belzebù sghignazzava facendo roteare un frustino sulla strana cavalcatura. Il mugnaio non aveva voce per chiamare aiuto, si mise a letto con un febbrone da cavallo. Vaneggiava esclamando a scatti:

Il castigo, il castigo di Dio!

Il giorno di Natale lo trovarono a mezzo tramortito, steso sotto il portico del mulino, ove s'era trascinato per chiedere aiuto. Stette tre giorni tra la vita e la morte, poi chiuse gli occhi per sempre e dovette lasciare il mulino zeppo di sacchi e il gruzzolo dei marenghì, lui che aveva lavorato come un dannato, anche nei giorni festivi.

Non aveva discendenti e nessuno volle prendere in affitto o acquistare il mulino maledetto che cadde in rovina. Sulle macine immote, sprofondate nella gora al secco, rimasero impresse le orme dei piedi di Belzebù. Così afferma il popolino.

 

Maria Cavallini Comisetti

Almanacco della Croce Rossa, 1968; Fiabe e leggende del Ticino, Vol. 1 Sottoceneri, Centro didattico cantonale, Massagno


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