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Il diavolo e la bugia

Molto tempo fa un ricchissimo signore, discendente da una famiglia principesca che viveva in una bellissima villa, aveva comperato vasti prati e campi sopra Bidogno.

Il signore, di nome Marcusse, dava i suoi poderi in affitto ai contadini della regione che ogni anno, a San Martino, gli dovevano pagare il tributo dei campi e dei prati che coltivavano.

Marcusse era avidissimo di denaro, che spendeva senza necessità per feste, banchetti e ricevimenti.

Un giorno d'inverno il signore si trovò senza soldi. Mandò a chiamare un contadino e gli disse:

"Voi mi dovete pagare l'affitto dei campi, dei prati e delle stalle".

"Ma signor Marcusse!" esclamò il contadino meravigliato "lo vi ho già versato la somma che vi dovevo".

"Non voglio sentire storie" disse Marcusse "Voi dovete pagare, altrimenti vi faccio portare davanti al giudice".

"Ma vi sbagliate" insistette il contadino "Vi ho portato lo stesso denaro il giorno di San Martino".

"Con me non si discute. Voi non mi avete ancora pagato. Sono sicuro". Il povero contadino si ricordò allora che non aveva la ricevuta; egli, troppo buono, non se l'era fatta rilasciare dal suo padrone.

Siccome Marcusse insisteva e lo minacciava, con le lacrime agli occhi il contadino si recò a casa. Tornò qualche minuto dopò e versò per la seconda

volta la somma al signore.

Marcusse, divenuto tranquillo e sorridente, disse:

"Vedete, buon uomo, io non voglio derubarvi, però voi non avevate pagato. Anzi, badate, se io vi dico una bugia mi porti via il diavolo appena mi cambierò la camicia che ho indosso".

Passarono i giorni e le settimane: il ricco signore non si decideva mai a levarsi la camicia che, sudicia e unta, faceva schifo. I servi guardavano meravigliati il loro signore; non riuscivano a capire perché non fosse più pulito ed elegante come un tempo. Qualcuno gli suggerì persino di lavarsi e di mettersi gli abiti puliti. Ma tutto fu inutile.

La camicia era piena di macchie, di polvere, di fango e il colletto aveva una spessa crosta di untume. Una mattina la brutta camicia si lacerò, si strappò in più parti e cadde dalle spalle del signore.

Intanto i domestici giù nella sala avevano preparato la colazione per il padrone. Ma all'ora solita Marcusse non si fece vedere. I servi aspettarono ancora un po' e quindi si allarmarono.

"Chissà che cosa fa il padrone?" si chiedevano alcuni.

"Dove sarà andato? Si sarà sentito male?" si chiedevano altri. Finalmente due uomini decisero di salire in camera. Ma quale fu il loro stupore quando trovarono il letto vuoto; in una parete scorsero poi una larga buca nera e paurosa. Il diavolo era venuto a rapire Marcusse e, issatolo sulle sue poderose spalle, l'aveva trasportato all'inferno.

Così fu punito il bugiardo e ingordo signore.

Anche la sua sontuosa villa fu segnata dalla mano del diavolo; infatti sotto la finestra della camera apparve una figuraccia di demonio con la forca in mano. La buca, attraverso la quale il diavolo scappò con la sua preda, non fu mai possibile chiuderla. Si misero all'opera muratori gessatori e pittori del villaggio e della valle, ma invano.

U. Canonica, La ninfea del lago, ESG, Zurigo 1961, no. 405

 


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