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La leggenda dell'Oratorio della Morella

Il vento teso e fresco che soffiava ormai da due giorni nella zona provocava un mulinello di polvere all'angolo della vecchia strada mulattiera che sale da Pura verso Curio, dove, riparato dalla sua violenza e ben nascosto nell'ombra, in località Morella, attendeva il "Falco" accompagnato da quattro uomini della sua banda.

In quei tempi, sul finire del 1600, il Falco era il più temuto bandito della regione. Nessuno sapeva da dove venisse, né le sue origini: si sapeva solo che il soprannome affibbiatogli derivava dal suo naso adunco, tipo becco di falco. In tutte le contrade del luganese era conosciuto solamente per le sue imprese ladresche che avevano tenuto in iscacco tutti i gendarmi del tempo. Era di statura media, dal viso bislungo con le ciglia e i capelli castani, e gli occhi, grandi e riflessivi, erano in quel preciso momento fissi sulla curva della mulattiera. Il viso era tirato e denotava una espressione ansiosa. Benché cercasse di mantenersi immobile, continuava ad essere scosso da gesti nervosi, quasi inconsci, che rivelavano un'inquietudine straordinaria e la sua disposizione alle emozioni: s'appoggiava al muro, sospirava allungando un piede avanti, ritirandolo però subito scostandosi leggermente e, ogni tanto, come per un ticchio incontrollabile, tirava su col naso. Contrariamente a ciò che si può pensare, il Falco non era coraggioso  ciò lo si seppe poi, dopo questa sua ultima avventura, quando fu inesorabilmente catturato  anzi, fra tutti i fratelli di temperamento ardente, risultava fin da bambino il più timido, "buono e costumato", e solo circostanze particolari lo avevano trascinato a questa vita rendendolo ardito e spietato.
All'improvviso si fermò in ascolto, poi con un balzo si cacciò dietro una fratta poco distante, ansando. La strada era ancora deserta. Il rumore che lo aveva allarmato proveniva dal bosco vicino, dove qualche animale selvatico aveva fatto scricchiolare un ramo secco di castagno che, nell'immensità del silenzio del bosco, aveva assunto una eco profonda e quasi misteriosa.
Il manto della notte spingeva forzatamente le ultime luci al tramonto e, come d'incanto, i misteri della foresta cominciavano a risvegliarsi, per compiere la loro missione notturna.
Ad un tratto, dalla strada, venne il rumore d'un carretto trainato da un cavallo. Era infatti una povera bestia stanca e sonnolenta, che trascinava i suoi garretti come spinti da una misteriosa forza che ad ogni passo sembrava quasi abbandonarli. La giornata, per il povero animale, non era stata meno dura che per il padrone, il quale sedeva a cassetta, ciondolando il capo e con l'aria di averne bevuto uno di troppo.
In effetti Biagio, benestante di Curio, tornava dal suo solito giro di affari  compra e vendita, transazioni commerciali  lavoro al quale si dedicava da sempre e che lo aveva portato, mediante una oculata amministrazione, alla agiata posizione di cui godeva. E così, di cliente in cliente, i bicchieri "da quel bon" si erano susseguiti; sì perché lui, il nostro Biagio, l'acqua la usava appena appena per lavarsi alla mattina.
Per quanto concerneva il rientro serale a domicilio, Biagio non doveva preoccuparsene eccessivamente poiché il pur sonnolento e stanco quadrupede conosceva ormai la strada che quasi giornalmente e da tre anni percorreva, e cioè dal tempo in cui il suo padrone l'aveva acquistato alla fiera di San Provino in Agno.
Tutto procedeva come le altre volte. Ma nell'aria c'era qualcosa di anormale, perché il buon cavallo, ogni tanto, si riscuoteva dal sonnolento torpore ed alzava le nari al cielo come annusando uno strano presagio. E tutto successe in maniera così fulminea che il povero Biagio si rese conto di essere caduto in una imboscata, solamente qualche istante dopo che il fatto era accaduto.
A questo punto è necessaria una piccola parentesi, per meglio inquadrare la situazione alla luce di quei tempi.
Siamo nel 1600, quando Curio, con i limitrofi villaggi, formava una Castellanza tipo di patriziato allargato  che giuridicamente dipendeva dallo Stato di Como. La riforma protestante lanciata da Lutero e Zwingli era in pieno sviluppo e a Curio si era insediata una famiglia che a spada tratta propagandava questo nuovo credo religioso. La popolazione tutta restava però salda nei suoi principi cattolici, e Biagio, sia per la sua posizione sociale che per l'ascendente che godeva nel paese e nel contado, era diventato il nemico numero uno di quei facinorosi protestanti che, non
riuscendo a far breccia, pensarono di ... eliminarlo. E chi meglio poteva provvedere a questo "lavoro", se non il tristemente famoso "Falco"? Il quale dietro lauto compenso se ne assunse l'incarico.
Ed ecco appunto che ritroviamo Falco, appostato con i suoi aiutanti lungo la strada mulattiera della Morella in attesa della preda.
E Biagio, sul suo calessino, ignorando la cattiveria degli uomini, mentre stava anticipando il riposo notturno, venne fulmineamente afferrato e scaricato in malo modo. Il suo cavallo, atterrito, s'impenna, scarta verso destra e velocemente prosegue il cammino. Il malcapitato curiese, al primo istante, non seppe raccapezzarsi finché non fu messo davanti alla triste realtà della rauca voce di Falco:
"Tu sei Biagio Avanzini...! È da parecchio che ti tengo d'occhio, ma sempre una maledetta sorte ti ha protetto. Ma adesso finalmente sei nelle mie mani e nessuno ti salverà...".
La crudeltà di queste parole mostrò immediatamente al povero Biagio che aria tirasse. Fu naturale per lui chiedere pietà sia per lui sia per la sua famiglia e pronunciare un'accorata invocazione alla Madonna del Rosario per la quale nutriva una particolare devozione e la cui cappelletta sorgeva in quei paraggi sul lato destro della strada.
"Tempo perso, invocazioni inutili!", disse quasi sghignazzando il bandito. "Ora ti sistemiamo per le feste. Comincia col darmi quanto hai in tasca e non dimenticare questa bella catena d'oro che hai al panciotto!"; e così dicendo con uno strattone gliela tolse. "E voi", disse rivolgendosi ai suoi aiutanti, "attaccate la corda ad un ramo solido che fra poco lo faremo penzolare come un buon salame nostrano...".
In quel preciso momento, un lampo scaturì dal cielo che nel frattempo si era andato rannuvolando e la sua luce si propagò sulla scena, illuminandola quasi a giorno. Tutti gli occhi si rivolsero verso la parte donde era venuta l'improvvisa luce e fu proprio in questo attimo che Biagio, raccogliendo tutte le sue facoltà fisiche, spiccò un salto che lo portò sul limite del bosco nel quale sparì a gambe levate tra grovigli di felci, ginestre, tortuosi rami di spine, piante di castagno e di faggio che lui, buon cercatore di funghi, conosceva a menadito. Il percorso nelle condizioni in cui si trovava il fuggitivo, non era certo dei più facili, ma la paura ha la facoltà molte volte di ringiovanire anche i più anziani quando sono alle prese con qualcuno che attenta alla loro pelle.
Ma non si creda che Falco ed il gruppetto dei suoi malsani banditi se ne rimanessero con le mani in mano. Il capobanda, rimessosi dall'effetto di quella luce improvvisa e dalla fuga imprevista della sua preda, impartì ordini precisi:
"Voi due seguite la strada, noi invece inseguiamolo nel bosco e... in fretta!".
Biagio, dal canto suo, dopo aver percorso un buon tratto di bosco, si sentiva il cuore in gola e temeva di esser giunto al limite delle sue forze, già per natura scarse. Prese l'unica risoluzione che al momento gli sembrasse plausibile: quella cioè di ritornare sulla strada, con la speranza che qualche viandante accorresse in suo aiuto. Risalì quindi faticosamente la scarpata lungo la quale era scivolato, graffiandosi mani e viso e riducendo i suoi abiti in condizioni pietose. Riemerse sul ciglio della strada proprio dietro la cappelletta della Madonna. Udiva i passi dei banditi che fra il fogliame ed i rovi lo stavano cercando ed inseguendo. Sentì le forze venirgli meno e con pietà profonda implorò:
"Madonna, aiutami tu!".
E stramazzò al suolo, privo di sensi, proprio ai piedi della cappelletta. Nel frattempo anche i banditi, sia quelli provenienti dalla strada che gli altri diretti inseguitori, si incontrarono mentre Biagio giaceva a terra come privo di vita. Falco, più furibondo che sorpreso, con le armi in pugno stava parlottando con i suoi giannizzeri, facendo loro presente che troppo tempo prezioso era trascorso e che qualcuno sarebbe potuto sopraggiungere e sventare il loro piano.
"Meglio quindi levare quel corpo dal ciglio della strada, trasportarlo nel bosco vicino e farlo fuori una volta per sempre!".
Così concluse Falco con i suoi collaboratori.
Ma a questo punto, tutto precipitò nell'imponderabile. Gli uomini, mentre si accostavano a Biagio per mettergli le mani addosso, ricevettero, da una forza sconosciuta, come una scarica elettrica che li paralizzò sul posto senza che potessero minimamente muoversi. E così ansanti, scarmigliati, rimasero fermi come statue, con le armi in mano.
Biagio, per contro, si riprese piano piano e vedendosi circondato, alzò le mani in segno di resa e di abbandono. Aveva oramai compreso che la sua fine era giunta e distogliendo lo sguardo da quei ceffi che gli stavano attorno, volse gli occhi verso la nicchia ove la Madonna, che aveva seguito lo svolgersi dell'accaduto, sembrava gli sorridesse in segno di protezione.
Ad un certo punto, lo stesso Biagio, si rese conto che i suoi assalitori erano lì impalati, bloccati, inerti come ridicole statue, nella stessa posizione che avevano a corsa ultimata. Si fece animo e lentamente, fissando ora loro ora l'immagine della Madonna, con gli occhi sgranati per l'immenso stupore e senza proferire parola, s'inginocchiò e pregò, pregò con tutte le forze del suo spirito.
Falco e i suoi uomini, sempre immobili, osservavano la scena con gli occhi quasi perduti nel vuoto, senza espressione, quasi non appartenessero a questo mondo.
Biagio s'alzò e, sempre fissando i cinque individui, lentamente cominciò ad indietreggiare e poi di filato si portò alle "Cantine", località sita lungo la strada, ad un centinaio di metri verso Curio, e posto ove i viandanti regolarmente si soffermavano per rifocillarsi e riposare. E lì, appunto, Biagio trovò il suo cavallo, abituato com'era a questa giornaliera inderogabile sosta. I numerosi presenti, al veder arrivare il solo calesse, presagirono per Biagio qualche disgrazia e muniti di fucili, forconi, picche e mazze, stavano per mettersi alla sua ricerca in buon numero. Biagio con poche parole e monche per lo più, ché la voce gli si fermava nella strozza, raccontò l'accaduto. Il gruppo partì verso la Morella, mentre lui, il malcapitato Biagio, sollecitava una pozione... speciale per far passare la tremarella e ridar calore al sangue. I suoi pensieri intanto erano come un mulinello che aveva come epicentro quell'immagine sacra che secondo lui era stata capace di bloccare i suoi inseguitori permettendogli di salvarsi in extremis.
Era forse trascorsa una mezz'ora, quando si sentì urlare ed uno scalpitìo: gli improvvisati gendarmi stavano appunto accompagnando i cinque grassatori che furono trovati nella medesima posizione nella quale Biagio li aveva lasciati. La popolazione di Curio subito avvertita si riversò alla Morella gridando al miracolo e Biagio quella sera stessa fece voto di rimpiazzare a sue spese la cappelletta con un santuario dedicato alla Madonna del Rosario, quale ringraziamento per la grazia ricevuta".
Ed oggi ancora i Curiesi, orgogliosi di questo loro piccolo ed antico santuario, vi vanno in processione due volte all'anno e, benché la strada sia piuttosto trascurata, questa chiesetta semplice e tranquilla è pur sempre meta di riposanti passeggiate che apportano tanta pace e tranquillità al corpo ed allo spirito.
 
Giacomo Giamboni
Almanacco malcantonese e della bassa valle del Vedeggio, 1972


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