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Il piede del crociato

Paolo e Silvia erano giovani pastori di Fescoggia. Nelle belle stagioni, all'alba d'ogni giorno, Paolo dava fiato al corno, percorrendo le brevi strette vie del villaggio. Era la sveglia. A quel segnale, i contadini slegavano dalla greppia capre e pecore, e le avviavano fra un tin tin argentino e fra gridii e richiami al consueto luogo di raduno. Paolo guidava al monte le capre; Silvia seguiva con le pecore.

Quelle si sbandavano su per la costa ripida, avide di erba aromatica; queste pascevano lungo le falde del monte, movendosi lente, vicine, visibile da lontano il loro vello tra il bianco e il biondo.

Un masso di granito, isolato in una vasta selva di castagni, ospitava spesso i due pastori.

Si volevano bene Silvia e Paolo, un bene sbocciato quand'erano fanciulli e divenuto con il crescer degli anni sempre più intimo e tenero.

Un magnifico giorno di maggio, seduti entrambi sopra il masso, si fecero la promessa di matrimonio, testimoni il fulgido sole, i morbidi azzurri del cielo, il verde lucido della selva e uno stuolo d'uccelli che, occhieggiando di tra le fronde, mandavano giù alla coppia felice le più appassionate sinfonie.

Correva l'anno 1147.

Il dì dell'Ascensione, nella valle d'Arosio, capitò un monaco a predicare la crociata. Abilissimo oratore, sapeva avvincere, commuovere, persuadere.

Il vivace capraio di Fescoggia, presente a una predica, sentì nascere in animo tale fervore per la causa della cristianità minacciata dal Turco, che volle farsi crociato.

Il giorno seguente, ritrovò al masso della selva la sua promessa e, senza preamboli, le comunicò la decisione di arruolarsi nell'esercito cristiano e di partire per la Terra Santa.

Silvia gli si attaccò al collo e singhiozzando in nome del loro amore, imprecava alla guerra e lo supplicava di restare al villaggio, dov'essi avrebbero goduto assieme la cara pace e la riposata felicità, per tutta la vita.

Paolo fu irremovibile. In lui la fede religiosa, l'entusiasmo e l'orgoglio di farsi soldato di Cristo vincevano il sentimento d'amore.

A differenza degli altri fidanzati, che usavano intagliare i propri nomi nella corteccia delle querce, egli incise nel masso granitico, quali indelebili ricordi d'amore, le lettere S e P, iniziali del nome della fidanzata e del nome suo, la data e la forma del proprio piede destro.

Disse poi a Silvia:

"Questi segni sono sacri. Venendo qui ogni giorno, tu mi darai una prova di fedeltà, mettendo il tuo piede nell'impronta del mio. Io parto, ma spero d'essere nelle tue braccia, tra un anno ... ".

Straziante distacco! Povera Silvia! Non trovava consolazione! Il suo animo presentiva che ella non avrebbe mai più riveduto il crociato!

Ogni giorno, l'afflitta paesanella ritornava al masso e piangeva e pregava. Poneva il piede scalzo, come per rito, nell'impronta dell'assente, un'impronta dura, fredda e quasi gelida nei meriggi estivi, in cui scottava pur tutta la pietra!

Nel volger di pochi mesi, il fiore di sua vita avvizzì e, alle soglie dell'inverno, si chiuse insieme co' fiori del monte.

Paolo soccombette a un formidabile assalto nemico, là nella terra dove Cristo aveva sparso il proprio sangue.

I contadini di Fescoggia, di Vezio, di Mugena e d'Arosio, vedevano, a notte alta, sopra il masso della selva, accendersi due luci bianche.

Alcuni d'essi, accostatisi a quello strano biancore, poterono mirare stupiti le luminose immagini di Silvia e di Paolo, placide e sorridenti.

Un giovinotto rivolse loro una domanda, ma i due spiriti guardavano muti, assorti in un divino sorriso... poi dileguarono.

Disgiunti in vita da crudo destino, vennero ricongiunti per sempre nell'al di là.

Vollero Paolo e Silvia ritornare, ombre solitarie, al masso prediletto, che reca ancora incisi i segni del loro amore troncato dalla morte, alla vigilia delle nozze.

 

Virgilio Chiesa

Almanacco Ticinese, 1932


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