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Il cavaliere fantasma

Raccontano i vecchi del mio paese che tanti secoli fa, ancora al tempo dei signorotti, viveva a B., nel Malcantone, Felicita, una vedova povera e malaticcia che aveva un'unica figliuola. E la poveretta era sempre in angustia per il timore di vedersela portar via, in anima e corpo, dal cavaliere fantasma: quell'essere misterioso che sul far della sera si aggirava nei villaggi ed aveva la forza occulta di attirare a sé le giovani che, per caso o per curiosità, posavano gli occhi su di lui.

Più d'una madre piangeva desolatamente la scomparsa misteriosa della figlia, e Felicita rabbrividiva al pensiero di perder in tal modo la sua Giovanna. Appena il sole calava dietro le colline ella sprangava la porta, chiudeva gli scuri e non faceva più un passo fuori di casa. Pregava, pregava con fervore e con la fiducia che la figlia non avrebbe mai incontrato il messo del diavolo. Ma una sera la povera donna, arsa dalla febbre e dalla sete, si lagnava forte, e Giovanna, per preparare una tisana, non trovò una goccia d'acqua nel secchio; bisognava proprio attingerla al pozzo, nel cortile. Tanto pregò che persuase la madre a lasciarla uscire: avrebbe tenuto gli occhi bassi e impiegato il minor tempo possibile; sicché la povera madre estenuata, dopo averle fatto mille raccomandazioni, accondiscese.

Giovanna fu in un balzo al pozzo, calò il secchio di rame e, mentre snodava la corda, teneva gli occhi fissi nella voragine; stava per sganciarlo e dirigersi alla casa quando, nel voltarsi, si trovò davanti il cavaliere fantasma.

La giovane si irrigidì per lo spavento, voleva gridare: "Mamma, aiuto!" ma non poteva: una forza irresistibile l'attirava verso l'ombra; depose il secchio e s'avviò come un automa verso il suo destino.

In quell'istante, la madre, insospettita dal ritardo, balzò dal letto, schiuse le gelosie, appena in tempo per vedere la figlia allontanarsi sulla strada. In preda alla disperazione e in un supremo sforzo gridò con quanta voce aveva in petto:

"Fermati, Giovanna! buttagli dietro gli zoccoli!".

La giovane comprese, cavò gli zoccoletti e li scagliò con tutta forza dietro al cavaliere; ristette un momento, come inchiodata sulla strada, poi, sciolta dalla forza misteriosa, rientrò di corsa in casa ad abbracciare la madre piangente.

Intanto sulla strada che conduce a Luino, galoppava un focoso destriero col suo tristo cavaliere, e dietro lui trotterellavano gli zoccoli minuscoli e leggiadri che parevano calzati dallo spirito folletto.

Il cavaliere non era altro che il conte Ruggero, signore di quelle terre, principe crudele e dissoluto. Egli galoppò per un'ora buona nella notte fonda e quando, passato il ponte levatoio, si trovò nel recinto del castello, sceso da cavallo cercò invano la sua vittima. Stupì allora al vedersi tra i piedi due piccole cose insignificanti, due zoccoli ornati da un bel nodo di fettuccia rossa. Compresa la beffa, gli salì al volto una vampa di rossore: ghermì quelle innocenti zoccolette e con bestemmia orrenda le scagliò nel lago.

Per la prima volta si vide beffato da una donna del popolo, e la maledisse. Un delirio folle lo pervase, e per tutta la notte meditò la vendetta; diceva a se stesso:

"Andrò ancora domani in quei maledetti paesi, col cavallo più focoso e con un cane da caccia. Passerò in tutti i villaggi, penetrerò nei cortili, sotto i portici, in tutti gli anditi, davanti alle stalle, sotto le finestre e strapperò dalle case tutta la gioventù, come la faina, che piomba inaspettata sul pollaio a far strage di galline". Così a notte alta, coi pugni chiusi, si addormentò il conte Ruggero.

Intanto, sulla campagna malcantonese, era sorto un mattino radioso; la notizia del caso straordinario toccato alla povera vedova girò tosto di casolare in casolare e fu come un raggio di sole.

Alla casa di Felicita accorse molta gente, non mancarono il sindaco e il curato, e in quella riunione di popolo si tenne come un consiglio di guerra. Siccome il cavaliere fantasma sarebbe ritornato senz'altro a vendicarsi per lo scorno patito, occorreva giocargli l'ultima beffa: l'usciere comunale andò di casa in casa ad avvertire donne e uomini, vecchi e bambini di trovarsi al suono dell'Ave Maria, calzati di zoccoli, davanti alle proprie case, e dove più a loro piacesse, pronti a lanciare all'apparizione, ognuno per proprio conto, il suo bravo paio di zoccoli. Così avvenne che, alla vigilia di San Martino, tutte le case del Malcantone si vuotarono; la popolazione si era riversata in massa all'aperto, sulle porte delle case, sui muri degli orti, sotto le piante, in attesa dell'attacco.

Quando scoccò il primo tocco di campana, si vide, dalla via maestra, venire a galoppo il cavaliere fantasma. Non un batter di ciglia in quella folla silenziosa; ma ecco nell'ora del crepuscolo si iniziò la più strana battaglia del mondo, col lancio di proiettili non mai veduti.

Il cavaliere fantasma, sicuro della vittoria, ripartì verso il castello: dietro a lui saltarellavano a centinaia gli zoccoli dei malcantonesi. Un'ora durò la sfilata delle sue vittime sul ponte levatoio; quando si sentì al sicuro nel maniero, balzò da cavallo e spaziò lo sguardo sul seguito. Quale non fu lo stupore e la rabbia nel vedersi davanti un numero sterminato di zoccoli! Stavano lì, appaiati, in attesa del loro destino. Ve n'erano d'ogni dimensione e fattura: zoccoli nuovi, bianchi, ben levigati, che sapevano ancora di legno fresco, taluni legati con fettuccia rossa o verde, altri più modestamente con lo spago: ve n'erano di bassi, logorati dall'uso, smussati sulla punta, scheggiati, rabberciati alla meglio con filo di ferro; taluni minuscoli e graziosi, accanto a zoccoloni pesanti, mal tagliati, legati con una cinghia di cuoio duro unta di lardo, che portavano l'impronta della stalla.

Il conte Ruggero sembrava il diavolo in persona; pieno di ira feroce, incominciò a scaraventare zoccoli nel lago e non finì che all'alba.

Chi vide il lago Maggiore in quel placido mattino d'autunno, credette di trovarsi in un porto di mare disseminato di mille strane barchette.

Ma da quel giorno il cavaliere fantasma non comparve mai più nelle terre malcantonesi.

Valtresana, Ore in famiglia, 1939


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