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La vacca rossa

Capitava sempre così ed il pastore si irritava solo a pensarci. Di tutte le mucche dell'alpe Pradecole, che sta sotto il Lema, l'unica a non arrivare con la mandria a farsi mungere, era «la rossa». Il nome le derivava dal pelo che la differenziava dalle altre. Anche il carattere era estroso - perché pure le bestie hanno tendenze e capricci - ed oltre a non mischiarsi stando sola e cocciuta inerpicandosi su greppi malagevoli, la sera si aveva un bel pari a chiamarla. Solo quando il mungitore aveva finito, «la rossa» arrivava, prepotente, e muggiva se tosto non si andava da lei e bisognava interrompere la magra cena per servirla.

Una volta però non giunse. La chiamarono insistentemente - e già era notte - ma senza risultato.
«Va al D...!» urlò il padrone esasperato e se ne andò a letto.
Dormì poco: a mezzanotte in punto si udì un prolungato muggire ed un furioso cozzare di corna contro la porta della baita.
«Questa è 'la rossa'» disse l'alpigiano. «Scendi a mungerla».

Il ragazzo scese, aprì la porta. Notte peggio della pece e senza stelle, aria di temporale. La vacca bizzarra stava lì ed accanto a lei c'era uno strano tipo, nuovo per quelle parti, completamente avvolto in un tabarro scuro.

«Manda il padrone» ordinò lo sconosciuto con tono da non ammettere repliche.

Il giovanetto lo squadrò bene in volto e notò due occhi rossi come la brace. Dietro il mantello scorse una coda, e non era quella della «rossa».

Indietreggiando senza voltarsi, tremando come le foglie delle betulle, entrò nella capanna, chiuse l'uscio, si appoggiò al legno per non cadere a terra. «Che aspetti, lazzarone!» gridò il padrone dall'alto.

La voce umana lo rincuorò. A due a due salì i pioli della scala e quando fu nel sotto tetto dove stavano i pagliericci:
«Vogliono voi» disse.

«Chi mi vuole?».

«Scendete e lo vedrete».

«La rossa» muggiva e dava cornate dentro l'antone.
«Sei un buono a nulla ed hai paura della tua ombra» brontolò l'uomo sulla scala, ma quando aprì l'uscio non parlò più.
«Mungi la vacca» comandò il Maligno. «Fa piano e non farle male, se no ... ».
Con il cuore in gola l'uomo ubbidì, lanciando furtive occhiate a quello dal mantello nero e dagli occhi di fuoco, che gli teneva la bestia per la corna.
«Non hai finito» disse con voce sorda vedendo che stava per alzarsi.
«Qui non si gabba».

L'uomo continuò a mungere, sino all'ultima goccia.
«Prendi il secchio ora, e versa il latte insieme all'altro». L'uomo non osava fiatare.
«Spicciati, perché ho molto da fare» incalzò il Maligno, e dietro il mantello si vedeva agitarsi una coda, che non era quella della mucca.
«Come vedi, 'la rossa' ti ha ubbidito. D'ora in poi, a mezzanotte sarò qui, e ci sarai anche tu, puntuale ...».
Ci furono un bagliore e un sordo rimbombo, come un lampo ed un tuono contemporanei, ed il visitatore non desiderato scomparve.

A. Garobbio, Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni, Cappelli, Bologna 1969, p. 68-69


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